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Ordinazione di famiglia

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Sabato scorso ho partecipato all’ordinazione presbiteriale (chirotonia, per essere precisi) di un amico di famiglia, che per 35 anni è stato presbitero nella chiesa di S. Atanasio dei Greci. Vi ho parlato più di una volta della mia frequentazione di questo luogo un po’ speciale, a due passi da piazza del Popolo, ad esempio qui e qui. Come la comunità ucraina che ho conosciuto lo scorso Natale, la comunità di S. Atanasio è cattolica.

Perché si fa presto a dire cattolico. Apriamo una parentesi didascalica.

La Chiesa cattolica, sia in Occidente che in Oriente, ha un’ampia gamma di riti.

Ci sono quattro “tronchi” principali:

1.- In Occidente: il rito latino.

2.- In Oriente:
a).- il rito antiocheno (siriaco)
b).- il rito bizantino, nato da un gruppo di riti provenienti dal rito antiocheno sotto l’influenza di San Basilio e San Giovanni Crisostomo
c).- il rito alessandrino (Egitto).

In questi quattro “tronchi” si raggruppano tutti i riti: 29, per essere esatti. E il rito non è solo, come ero portata a pensare io, la lingua della funzione, che canti si cantano, che letture si fanno. Il rito scandisce tutta la vita concreta della comunità, comprese le date delle festività e, appunto, la questione delle ordinazioni.

Il mio amico Luigi è già nonno. In tutti i riti orientali della chiesa cattolica, infatti, si può essere ordinati diaconi e anche presbiteri anche se si è sposati (ma dopo l’ordinazione non si può sposarsi). Il celibato è richiesto solo per i vescovi, ma dubito che Luigi abbia questa ambizione. Alla sua ordinazione c’erano tutti i suoi familiari e hanno avuto un posto d’onore anche nei ringraziamenti, nelle preghiere e nella cerimonia: la “sposa”, i figli, i nipotini (che hanno partecipato alla processione con aria compitissima, facendo capolino tra i paramenti scintillanti dei molti concelebranti) e persino i consuoceri.

Posso dire che ho trovato questo sacramento di famiglia molto bello? Se devo essere onesta del tutto, il valore aggiunto del celibato per i sacedoti non sono mai riuscita a coglierlo pienamente, specialmente se è un requisito obbligatorio. Posso capire che possa essere per alcuni una dimensione liberamente scelta di vivere la propria vocazione. Ma l’argomento che una famiglia osterebbe o limiterebbe molto la funzione sacerdotale mi pare debole, molto debole. Specialmente oggi che frequento pastori di chiese non cattoliche (e, come abbiamo visto, anche cattoliche di rito diverso da quello latino) che molto praticamente e semplicemente dimostrano che essere padri di  famiglia nulla toglie alla loro vocazione, anzi.

Il Papa anche oggi, come succede spesso, cerca di volgere al positivo i punti più critici del dibattito, laddove altri sentono il bisogno di irrigidirsi e arroccarsi su posizioni “non negoziabili”. Invita a riflettere, Papa Francesco, sul fatto che molti giovani sembrano non aver fiducia nella famiglia: pochi matrimoni, molti divorzi, meno figli. Io credo che la famiglia intesa in senso ampio come nucleo costitutivo di un amore che si fa impegno preciso tra alcune persone e che da questo legame trae motivazione per estendersi generosamente all’esterno possa essere un punto di forza per rinnovare la qualità della nostra vita sociale. Ma allora non sarebbe opportuno aprirsi con convinzione alla possibilità che il sacramento del sacerdozio possa essere accolto più che adeguatamente anche in un contesto familiare?

Se penso alle persone che ho incontrato che si sono trovate a lasciare il sacerdozio non senza dolore solo a causa del requisito del celibato, non posso che pensare alle molte occasioni sprecate di avere sacerdoti convinti, felici e ricchi affettivamente e spiritualmente.

Un 25 aprile sporco

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Fin da quando ero piccola, il 25 aprile profumava di sensazioni forti e belle. Avevo l’idea che questa ricorrenza in qualche modo resistesse  all’onda montante del cinismo e del menefreghismo. Bella ciao, la libertà, la resistenza. Questo messaggio che alla fine nessuna dittatura può durare per sempre. Anche il periodo dell’anno aiuta. Quell’inizio di primavera che non è ancora necessariamente bella stagione mi è sempre parso adattissimo a rappresentare un momento che non metteva fine alla guerra (anzi, in qualche misura ne cominciava un’altra), ma che era già una promessa di cambiamento.

I racconti della liberazione avevano anche questa componente dello sforzo che ci accomunava ad altri popoli per un bene comune: gli americani, gli inglesi (con i loro eserciti multietnici) e con loro tutti gli altri popoli d’Europa. La fine della persecuzione degli ebrei, ad oggi simbolo per eccellenza della violenza cieca che non distingue uomini, donne, bambini.

Non la faccio lunga, ma quest’anno, dopo l’incontro straordinario del consiglio d’Europa di ieri, non mi abbandona l’idea che questo 25 aprile me lo abbiano macchiato per sempre. Un’Europa che teorizza l’egoismo e la più miope politichetta volta solo a guadagnare facili consensi. I trionfalismi fuori luogo di chi cerca pateticamente di fare il gioco delle tre carte, con la stessa finalità. No, se scrivo tutto quello che penso la farei lunga sul serio.

Osservo solo che se QUEL 25 aprile ci fossero stati leader politici anche solo paragonabili a quelli di oggi, probabilmente non sarei qui a scriverne. Non perché allora ci fosse questo grande afflato umanitario, ci mancherebbe. Ma semplicemente perché chi governava una nazione forse era ancora in grado di leggere il contesto geopolitico al di là del proprio personalissimo ritorno d’immagine.

Concludo con una citazione dal bell’articolo di Antonio Guterres, alto commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, pubblicato su Time di ieri:

The first thing we must do is be more honest about what is happening. That includes recognizing that this is more than a migrant issue: Many of the people on these boats are refugees, fleeing from conflict and persecution. This means we have an unambiguous legal obligation to protect them. Seeking asylum is not only a universal human right—it’s also a political principle that has guided nations for thousands of years and is at the very foundation of the values upon which modern Europe was built. […]

The 1951 Refugee Convention was not born out of starry-eyed idealism. After years of conflict, and as a new Cold War descended, it was a deeply pragmatic document. What leaders understood then was that, even in the worst of circumstances, security comes from managing a crisis, not hiding from it. That only solidarity and a genuinely collective response can stop suffering on a massive scale.

We need to heed their lesson. The moment has arrived for us all to step up to the plate, not just those on the front lines. We need to put our values into practice. Because values which we relinquish when the going gets tough are no values at all. It is for times like these that we created the humanitarian system. We must not abandon it at precisely the moment when it is needed most.

Aggiungo una dichiarazione congiunta che testimonia che non sono la sola a pensarla così rispetto al tanto esaltato (da noi) meeting di ieri….

P.S. La vignetta, manco a dirlo, è del solito Mauro Biani

Buon compleanno, Roma

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Domenica scorsa, per rifarci da qualche giorno di clausura a causa dell’influenza, io e Meryem siamo state a spasso per quasi tutto il giorno. Proprio alla mostra dei Numeri, insieme a varie cose interessanti, abbiamo avuto modo di riflettere sulla relatività dei calendari e su quanti modi possibili esistono per definire date (che per alcuni sono) storiche.

Eppure, in barba alla ragionevolezza storico-scientifica, oggi ho voglia di festeggiarlo, questo 2768° Natale di Roma. Mi piacerebbe partecipare alle iniziative proposte dal comune (visite guidate, ingresso gratuito nei musei, illuminazioni…): con tutte le difficoltà che ci sono e che non staremo qui oggi ad elencare, credo faccia un gran bene a noi romani ricordare che la nostra è una città speciale e meravigliosa.

Domenica, non del tutto studiatamente, uscite dalla mostra abbiamo reso omaggio alla Città Eterna e al suo talento più straordinario: riuscire a stupirci e a sorprenderci sempre con qualcosa di nuovo. Quest’anno al corteo storico classico lungo i Fori, a cui negli anni scorsi abbiamo partecipato, abbiamo preferito il Nagar Kitan della comunità sikh. Perciò abbiamo puntato con decisione verso Piazza Vittorio.

11117464_10152696586655047_1745750698_nMeryem là per là era convinta di essere l’unica di tutta la folla variopinta a parlare italiano. Non so se l’aver incontrato vari amici vistosamente italofoni incuriositi come me dalla festa l’abbia fatta ricredere. Una cosa è certa: è rimasta assolutamente rapita dal fascino delle esibizioni dei “pirati”, che saltavano roteando scimitarre, sbattendo bastoni e facendo roteare delle reti colorate con delle palline (che per l’entusiasmo di documentare io alla fine sono riuscita a prendermi in testa). E’ rimasta colpita anche dalla signora rom che, passando accanto alla processione, ha gridato con entusiasmo: “Buona festa!”.

Quella stessa mattina, mentre camminavamo verso l’Esquilino, siamo passate davanti alla chiesa ucraina, dove un nutrito gruppo di fedeli che seguiva la messa dalla piazza antistante (la chiesa è piccolissima) e abbiamo anche visto un ambulante musulmano che pregava sul marciapiede. Una piccola antologia della città multireligiosa che ho imparato a scoprire in questi anni e che mi piace far notare anche a Meryem.

Ieri poi ho completato la mia personale celebrazione del Natale di Roma con una visita alla Moschea di Monte Antenne, la più grande d’Europa. Un edificio imponente, in cui sampietrini e travertino convivono con le geometrie riprese dall’Andalusia spagnola e con le cupole che ammiccano a Istanbul, la Roma del Bosforo.  L’unica cosa che mi ha fatto un po’ tristezza è stato vedere che, dopo il richiamo della preghiera, la moschea restava occupata solo da noi visitatori. Il che, ovviamente, è normale, considerato il fatto che era un pomeriggio lavorativo e che la Moschea sorge alle pendici di Parioli, in un luogo sostanzialmente distante da negozi e abitazioni. “Se fossimo a Centocelle, a questo punto sarebbero già arrivate un centinaio di persone”, ha commentato uno dei musulmani presenti, aggiungendo anche: “Questo per questo luogo è un grande vantaggio, così resta bello e pulito”. Ora io non so se questa chiosa fosse dettata dal desiderio di non sfigurare o da una convinzione effettiva. Io, per conto mio, preferirei che questo spazio così bello e significativo non restasse la moschea delle grandi occasioni, ma potesse effettivamente servire a raccogliere la fede vissuta di tanti uomini e donne. Una fede che fa rumore, non è sempre esteticamente piacevole e magari, in effetti, sporca anche. Ma è la vera ricchezza che tutti noi abbiamo bisogno di scoprire.

Mi torna in mente un passo del discorso del Papa al Presidente Mattarella in visita al Vaticano: “Un sano pluralismo non si chiuderà allo specifico apporto offerto dalle varie componenti ideali e religiose che compongono la società, purché naturalmente esse accolgano i fondamentali principi che presiedono alla vita civile e non strumentalizzino o distorcano le loro credenze a fini di violenza e sopraffazione. In altre parole, lo sviluppo ordinato di una civile società pluralistica postula che non si pretenda di confinare l’autentico spirito religioso nella sola intimità della coscienza, ma che si riconosca anche il suo ruolo significativo nella costruzione della società, legittimando il valido apporto che esso può offrire”. Una convivialità della cittadinanza attiva, insomma, che faccia delle differenze un punto di forza per accogliere, sperimentare, immaginare.

Il mio augurio a Roma, oggi, è che non smetta di essere metropoli nello spirito. Per quanto limitata, provinciale e chiusa nei suoi confini possa essere l’Italia o l’Europa in questa stagione, Roma non smetterà mai di guardare al mondo. Di più. Dentro Roma, il mondo, ci sta comodamente tutto.

Guerra di religione

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Mi raccontano che ieri, nel vagone della metropolitana in cui sono stati lasciati bloccati diversi passeggeri per improvvisa adesione anticipata allo sciopero del conducente (pare), la radio della stazione trasmetteva compulsivamente tre notizie: due erano relative all’avanzata dell’ISIS, tra attentati e decapitazioni, la terza era quella relativa all’incriminazione di alcuni migranti musulmani arrivati su un gommone che avrebbero spinto in mare alcuni compagni di viaggio in quanto cristiani. Potete immaginare, in quel concentrato di frustrazioni che era il vagone della metro bloccato in galleria, quali parole di odio siano volate e quanta violenza, sia pur solo verbale.

La sera prima, quando cominciavano ad arrivare le prime telefonate dei giornalisti che avevano individuato la terza notizia come ghiotta e da rilanciare, ho pensato di aver capito male. Davvero vogliamo parlare di guerra religione in una situazione come quella? Un barcone in avaria in mezzo al Mediterraneo, gruppi nazionali che si contendono l’ultima goccia d’acqua, la morte dello sconosciuto che nel delirio del naufrago potrebbe aumentare le possibilità di sopravvivenza per me e per mio fratello… Chiunque abbia sentito i racconti di viaggio di chi arriva (via mare e via deserto) non si stupisce affatto che la vita umana, in quei momenti, non abbia più alcun valore. Se i giornalisti avessero la memoria un po’ meno corta ricorderebbero anche notizie assolutamente analoghe: persone chiuse a morire nella stiva, passeggeri accoltellati e buttati in mare per alleggerire la barca, contrasti tra arabi e africani legati più a motivi storci, politici, economici e di razzismo reciproco che alla religione in sé. Padre Albanesi ieri ricordava che, ad esempio, il governo nigeriano e quello ghanese sono stati ripetutamente coinvolti nelle missioni dell’Ecomog – The Economic Community of West African States Monitoring Group in Africa Occidentale e spesso la loro presenza in alcuni Paesi è stata percepita negativamente, ma ovviamente queste sono cose di cui noi ignoriamo beatamente l’esistenza.

E invece tutta la stampa, nazionale e internazionale, si è lanciata a costruire la notizia facendo abbondante uso di termini come jihad, persecuzione, odio religioso. Ho letto (o ascoltato al tg?) persino un raccontino che potrebbe far invidia alle storie di santi medievali che così argutamente racconta Lucyette: nel pericolo gli uni pregavano Gesù e gli altri Allah, i feroci musulmani avrebbero cercato di convincere i cristiani a pregare Allah pure loro e quelli invece hanno preferito il martirio. Avanti, sembra la canzoncina della Santa Caterina (biribim, biribim, bibum)! Persino la Bibbia è più verosimile, quando racconta che sulla barca di Giona che rischiava di affondare ciascuno dei marinai e dei passeggeri invocava il suo dio.

Scherzi a parte, credo che ci siano due cose che dobbiamo chiederci.

1. Ma che, davvero siamo disposti a berci una notizia raccontata così? Possiamo realisticamente immaginare che su una barca, in punto di morte, persone disperate di tutte e etnie si lancino in dispute teologiche? O piuttosto siamo disposti a lasciarci convincere che i musulmani, come dimostrano anche le vicende internazionali, siano tutti crudeli per natura?

2. Perché che la raccontano così? Io la mia idea un po’ me la sono fatta. Non so voi. Ci sono molte possibili risposte, ovviamente. Ma credo che l’importante sia non smettere di chiederselo.

Migliorarsi

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Se avessi trent’anni e un lavoro che ti paga generosamente per trascorrere il tempo con le mani in mano, senza particolari incombenze, facendo beatamente i casi tuoi, saresti felice?
Mi faccio questa domanda, dettata da un aneddoto che mi è stato raccontato oggi e non credo di essere ipocrita a rispondermi che no, non sarei felice. Non dico che mai e poi mai lo accetterei, intendiamoci. So che a volte una scelta in questo senso è obbligata e anche fortunata, rispetto a lavori pesanti e mal pagati. Ma felice, no. Specialmente a trent’anni. Ma anche ora. Mi sembrerebbe di essere privata di un diritto, del sacrosanto diritto che abbiamo tutti (e o giovani ancor di più) di migliorarci, sfidarci, progredire.
Non parlo di carriera, ovviamente. Io, tanto per fare un caso personale, platealmente non ho fatto carriera e non la farò mai. Ma se mi guardo indietro, professionalmente ho imparato moltissimo e continuo costantemente ad avere occasione di sbattere il muso contro aspetti in cui ho ampi margini di miglioramento.
Il mio lavoro è l’opposto di quanto descritto sopra. Mal pagato e frenetico, pieno di cose diversissime tra loro. Ma è il mio lavoro, parla di me. Mi dà tanto e adesso posso dire che, almeno qualche volta, porta la mia impronta: un progetto pensato, voluto, scritto e ora – faticosamente – gestito; un evento riuscito; un rapporto annuale, quello che presenteremo la prossima settimana, che mi/ci soddisfa fino in fondo. Potrei continuare a elencare le opportunità che ho lavorando a Astalli, ma oggi il punto che mi preme è un altro.
Non è male essere ben pagati per il proprio lavoro. Beato chi lo è. Ma il lavoro deve dare qualcosa oltre allo stipendio. Passiamo al lavoro una parte importante della vita. Un lavoro che non chiede nulla si può sopportare, per necessità. Ma che un giovane ne sia felice mi rattrista e insieme mi allarma.
Sono esagerata?

P.S. A proposito di miglioramenti. Ho fatto il proposito di migliorare un po’ anche questo blog. Chissà se terrò fede a questa buona intenzione…

Un lago a forma di Y

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“…la y di Meryem!”. Così mi spiegava animatamente mia figlia, di ritorno dalla nostra gita sul lago di Como. Forse io, a questo giro (il secondo in pochi mesi), ho capito la storia del ramo del lago suddetto, dopo averlo nominato a sproposito diverse volte. Pensavo, rientrando da questa mini vacanza al nord, che io e Meryem ancora non abbiamo viaggiato molto all’estero, ma l’Italia iniziamo a averla percorsa in misura abbastanza soddisfacente. Mi piace l’idea che Meryem abbini dei nomi geografici che per me sono rimasti privi di reale significato per buona parte della vita a volti di amici, ricordi, aneddoti. Così il lago di Como ci ricorda le splendide camelie di Bellagio, ma anche il volo della poana Linda e il gatto Bri con i suoi padroni umani; il lago di Garda è legato al guado avventuroso di due estati fa e ai voli spettacolari dei kitesurfer; Verona alla Madama Butterfly, prima indimenticabile opera a cui abbiamo assistito insieme. E così via.

In programma, nei prossimi frenetici mesi abbiamo almeno il delta del Po e il Museo Egizio di Torino. E per l’estate, chissà. Sogno la Sardegna fenicio-punica, in una versione corretta alla palermitana. Ma chi può dirlo. Mi limito a dire, a rischio di sembrarvi monotona, che l’Italia è meravigliosa e ricca di sorprese. Non finisco di stupirmi di quanto poco io la conosca e di quanto sia varia e diversa, da ogni punto di vista.

Finisco questo rapido post con qualche notazione pratica per la gita ai giardini di Villa Melzi a Bellagio, che vi raccomando assolutamente. Sono aperti dal 29 marzo al 1 ottobre, l’ingresso costa 6,50 ed è gratuito per i bambini sotto i 12 anni (attenzione: solo contanti!). Noi abbiamo l’abbiamo raggiunta in battello da Varenna e la traversata, pure breve e relativamente cara, è assolutamente parte del divertimento. Ad averci un po’ più di tempo e fantasia, con il biglietto giornaliero familiare del battello si sarebbe potuto fare un giro un po’ più lungo.

Il giardino di per sé è un godimento dei sensi. Curatissimo, spazioso, vario, noi con due bambine al seguito ce lo siamo goduto semplicemente passeggiando qua e là. C’erano camelie spettacolari esposte, ma anche tanti angoli sorprendenti e spettacolari. Le piccole pesti a tratti hanno mostrato segni di irrequietezza per il fatto di non poter correre sui prati, ma gli ampi viali hanno ovviato egregiamente, consentendo corse ed esplorazioni individuali. Le briciole del picnic sono state condivise con le folaghe (i “paperotti neri”).

Chiudo con i doverosi ringraziamenti a chi ci ha accolto, anche questa volta (grazie, Linda e Ivano!) e anche a chi contribuisce quotidianamente a mantenere accesa la curiosità di mia figlia. E’ un dono prezioso, che spero riusciamo a coltivare tutti insieme nel migliore dei modi.

Rinuncia

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Circa un mese fa (si era nel periodo del capodanno cinese) una mia collega ha accompagnato una classe di studenti romani a visitare il tempio buddhista. Le monache (che in realtà preferiscono essere chiamate maestri) hanno invitato studenti e professori a pescare un bigliettino con un consiglio, un invito o un presagio per l’anno entrante. Hanno chiesto alla mia collega di pescarne uno anche per me, che non ero presente, e lei diligentemente lo ha pescato e se lo è fatto tradurre, per potermi trasmettere in messaggio.

Il mio bigliettino recitava, mi dicono, un invito semplice ma corredato di punto esclamativo: “Rinuncia!”. “E a che mai devi rinunciare, tu?”, è stato il commento stupito della mia collega (evidentemente sono nota per una certa, diciamo, essenzialità di vita). Io avevo un sospetto, in effetti, che mi è stato poi confermato da una seconda monaca buddhista che ho incontrato, casualmente, quella sera stessa: “Rinuncia per noi non è privazione. Significa staccarsi da qualcosa che ci procura sofferenza”.

Ho meditato a tratti su questo bizzarro messaggio, che mi è stato così rocambolescamente recapitato dal destino. Qualche sera fa ho avuto una conversazione che mi ha aiutato a mettere a fuoco un po’ meglio cosa penso significhi per me. Vediamo se riesco a metterlo nero su bianco, in una specie di parafrasi.

“Cara Chiara,

forse dopo tanti anni passati a cercare di far combaciare la tua vita, il tuo aspetto e la tua quotidianità con quelle che ritenevi essere le tue aspettative ti sarai resa conto che il risultato non è granché. Non assomigli neanche lontanamente alla persona che fin dalla terza media sogni di essere. Non assomigli alla sottile biondina che si è messa e tuttora è sposata al tizio che eri convinta che ti amasse per la tua superiorità intellettuale (e, con senno del poi, diciamocelo: meno male che non era così!). Non assomigli alle donne in carriera che non sai nemmeno bene come siano fatte. Non assomigli alle tue longilinee colleghe poliglotte dell’ufficio internazionale, tanto meno a un funzionario delle Nazioni Unite. Non assomigli nemmeno a tutte quelle serene donne felicemente sposate, con diversi figli graziosi, che sfoggiano il solitario ricevuto per l’anniversario del matrimonio e che almeno una volta hanno fatto un weekend romantico a Parigi.

Non hai viaggiato molto, non sei una ricercatrice universitaria, né una romanziera, né una fotografa. A un certo punto ti è stato abbastanza chiaro che, nonostante le ferme convinzioni di tuo padre, non solo non sei un genio, ma ci sono moltissime cose che non sei capace di fare. Non continuiamo, non era mia intenzione deprimerti.

Al contrario. Ho una fantastica notizia per te. Non sei male per niente. Se sei onesta del tutto, a tratti ti sorprendi ad apprezzarti. E allora sai che ti dico? Rinuncia! Non ci provare nemmeno a corrispondere a quell’idea di felicità, di realizzazione, di successo. Smetti serenamente di misurarti con quel metro lì. Guarda la tua vita, persino quel tuo passato di cui non sei fiera, per quello che è. Sei peggio di cinque e meglio di dieci. Sei tu, semplicemente. Datti una pacca sulla spalla, sorriditi e cammina. Buona strada, vecchia mia”.

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