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Est modus in rebus

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Se mi conoscete un po’, saprete che non sono una madre esemplare. Meryem talora gioca col tablet, mangia wurstel e varie cose poco genuine e, soprattutto, guarda la tv. In particolare, dato che in questa fase adora Doraemon, guarda Boing Tv. Non siamo usciti indenni, dunque, dalla campagna pubblicitaria che annunciava la presenza de La casa di Boing qui a Roma, nella sede dell’Archivio di Stato all’EUR, ieri e oggi. Ho acconsentito a portarcela. Mi pareva equo. Talora le chiedo di partecipare a eventi non dissimili per mie piccole collaborazioni lavorative. Ieri abbiamo attraversato la città intera, sotto la pioggia e con i mezzi, perché ci tenevo a partecipare alla terza edizione di “Alice nel paese della Marranella”. Che Boing Tv fosse, dunque.

L’evento in sé era come me lo aspettavo. Attività standard, abbastanza folla, genitori equamente divisi tra civili e maleducati. Un classico. Meryem ha diligentemente svolto tutto ciò che era previsto, collezionando gadget. Doraemon non era presente di persona, per precedenti impegni in un’altra città. In compenso, a un certo punto, è arrivata Barbie. Meryem si precipita dunque sotto il palco, dove fino a quel momento non avevamo sostato un granché. Il format prevedeva che i bambini facessero a Barbie delle domande e che poi la bella bionda si recasse nell’angolo predisposto per scattare foto ricordo e firmare autografi.

In primo luogo, Barbie in realtà NON rispondeva alle domande. Si limitava a sorridere a annuire. Alle domande rispondeva l’animatore-presentatore. Ho poi notato che tutti i personaggi che ho visto intervenire erano muti “perché fuori dalla tv non possono parlare”, come spiegava il ragazzo. Fatto sta che la conversazione ha preso la piega di cui vi darò qui alcuni esempi.

Bambina: “Perché sei così bella?”
Animatore: “Deve essere bella, perché ha un bel fidanzato! E lo sapete come fa a restare bella? Ve lo dico io! Si spalma ogni giorno un sacco di crema di bellezza. Anzi, ora che ci penso, una domanda la faccio io, a Barbie: chi ti spalma la crema? Aaaah, il tuo fidanzato… che fortunato!”

Bambina: “Che bel vestito che hai!”
Animatore: “Eh sì! Tutto pieno di diamanti. Costa tanto, sapete? Vale come mezza Roma!”

Intermezzo. L’animatore finge di scattarsi un selfie con Barbie. “Che bello, un selfie con te, è quello che ho sempre sognato! Peccato che ho le mani occupate…”.

Bambino: “Dove li hai presi i diamanti del vestito?”
Animatore: “Glieli spediscono per posta gli ammiratori. Tutti i maschi regalano un diamante a Barbie. Anche tu, quando crescerai un po’ e avrai 18 anni dovrai comprargliene uno, sai? Ma non devi mica spenderci 10 euro, eh? Devi spendere tanti soldi!”

Bambina: “Dove li prendi i vestiti?”
Animatore: “Nei negozi di tutto il mondo. Sapete, lei ha una grande villa solo per i vestiti, una solo per le scarpe e poi una grande casa piena di specchi, perché a lei piace guardarsi!”

L’intervento si è concluso con una mamma che ha chiesto un bacio a Barbie “per conto del marito”. L’animatore ha chiuso lo spettacolino raccomandando: “Vabbè, ora però lo tenga d’occhio perché Barbie girerà qui per tutto il giorno!”.

Credo che questo saggio sia sufficiente.

Due osservazioni conclusive. Non amo i film di Barbie, ma ne ho guardati molti e mi pare ovvio precisare che i messaggi che contengono sono ben lontani, da tutti i punti di vista, dai contenuti dello sketch a cui abbiamo assistito. In questi anni ho avuto l’impressione che i contenuti dei cartoni siano in genere piuttosto educativi e positivi, con punte di moralismo eccessivo (ricordo che avrei spiaccicato al muro il saccente e perfetto Coniglietto Milo!). Quindi non è Barbie il problema e forse neppure Boing Tv.

Il punto credo che sia che, come ben sanno i genitori che organizzano e subiscono feste di compleanno, gli animatori non sono tutti uguali. E gli animatori dozzinali sul mercato abbondano, e anzi sono la maggioranza. Con l’aggravante che sono anche molto popolari e apprezzati. E allora? Allora quando si organizza un evento, specialmente poi se è un evento vetrina per un marchio, si deve scegliere da che parte stare. Kinder per la caccia alle uova per quel ruolo ha scelto Giovanni Muciaccia. Vedete voi.

Sulla scuola

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Giorni fa, sulla mia bacheca di Facebook, dicevo che ormai nella mia testa la confusione sulla scuola è massima. Non so più come la penso, non sono neanche più sicura degli argomenti di cui si discute e di quali, più propriamente, sarebbe importante confrontarsi (raramente le due cose coincidono).

“Tu non puoi capire”, mi suggeriscono – in sostanza – alcuni professori che conosco, chi con più, chi con meno garbo. In effetti logicamente capisco che, come essersi rotti un braccio non rende ortopedici, così aver frequentato una scuola e/o avere figli che la frequentano non rende esperti di didattica, né tanto meno, di gestione e valutazione di programmi di istruzione nazionali.

Guardo i dibattiti sulle bacheche altrui sul tema rifugiati, leggo tali e tante inesattezze, ingenuità, errori di prospettiva – per considerare solo chi parla in buona fede – che la frustrazione degli “addetti ai lavori” la capisco, almeno un po’.

Poi ieri, inaspettatamente, a una bellissima iniziativa nel mio quartiere, ho ascoltato di nuovo una poesia che avevo dimenticato. Interpretata, peraltro, da un gruppo variegatissimo di adulti che stanno imparando l’italiano come seconda lingua.

C’è una scuola grande come il mondo.
Ci insegnano maestri, professori,
avvocati, muratori,
televisori, giornali,
cartelli stradali,
il sole, i temporali, le stelle.
Ci sono lezioni facili
e lezioni difficili,
brutte, belle e così cosi.
Ci si impara a parlare, a giocare,
a dormire, a svegliarsi,
a voler bene e perfino
ad arrabbiarsi.
Ci sono esami tutti i momenti,
ma non ci sono ripetenti:
nessuno può fermarsi a dieci anni,
a quindici, a venti,
e riposare un pochino.
Di imparare non si finisce mai,
e quel che non si sa
è sempre più importante
di quel che si sa già.
Questa scuola è il mondo intero
quanto è grosso:
apri gli occhi e anche tu sarai promosso.

(Gianni Rodari)

E che c’entra questo con gli invalsi, le assunzioni dei precari, gli sgravi fiscali per chi manda i figli alle scuole private, le chiusure estive abnormi e via discorrendo? Secondo me un po’ c’entra e cerco di spiegarvi perché lo credo. (Sì, lo ammetto: il mio lavoro mi condiziona pesantemente. Ma non è così per tutti?)

La scuola non è un mondo a parte. A volte, con metodi, idee e intenti diversi e persino opposti, intravedo nella scuola la tendenza a costituirsi come insieme chiuso, come isola (felice o no, questo dipende), come luogo a sé. Proteggere uno spazio per l’apprendimento è giusto, a volte persino necessario e urgente. Ma proteggere non significa isolare.

“Quel che non si sa è sempre più importante di quel che si sa già”. Questo vale per tutti, anche nella scuola. Deve valere per gli studenti, che hanno diritto di imparare molto (anche – ma non solo! – nozioni, tecniche, abilità); per gli insegnanti, che non dovrebbero mai perdere la flessibilità anche quando hanno forti e radicate convinzioni, ricordando che sono le sentinelle della società che cambia; per i genitori, educatori e studenti di fatto, anno dopo anno, giorno dopo giorno.

Ma soprattutto, il mondo è grande. Non dimentichiamoci mai di aprire gli occhi e tenerli aperti.

La biblioteca

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L’universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d’un
numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con
vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse
ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e
inferiori, interminabilmente….

Lo conoscete il racconto “La biblioteca di Babele” di J.L.Borges? Se non lo conoscete lo trovate qui. Mi torna in mente oggi perché è forse uno dei più calzanti esempi di come la biblioteca possa essere metafora dell’universo intero, parabola di come funzionano le cose. Un altro lo ho avuto ieri, all’ultima riunione di interclasse dell’anno scolastico della scuola di mia figlia.

La questione biblioteca ha fatto capolino a intervalli regolari in tutte le riunioni dell’anno. I punti affrontati sono stati, sostanzialmente i seguenti.

Questione 1. Rivestimento degli scaffali in metallo della allestenda biblioteca con fumetti riciclati, secondo la tecnica del découpage. Animati dibattiti sulla modalità di stesura della colla vinilica, sulla supposta  tenuta della decorazione, sulle divergenze rispetto alla modalità di incollamento e di asciugatura tra le  diverse componenti del corpo insegnante.

Questione 2. Acquisto mobilio e, in particolare, apparente impossibilità da parte della segreteria della scuola di utilizzare i fondi stanziati e disponibili per l’acquisto di mobili Ikea come da preventivo. Ikea non accetterebbe bonifici. Questo intoppo è rimasto tale da settembre ad oggi senza essere superato in alcuna maniera. Ingegnose soluzioni creative prevedono di arredare la biblioteca senza gli arredi, utilizzando materassi e tappetoni della sala di psicomotricità non utilizzata.

Comunque ieri è stato trionfalmente annunciato che si è cominciato a tirare fuori i libri dagli scatoloni per selezionare quelli che si possono ancora utilizzare. “E poi forse bisognerà catalogarli”, chiosa una delle maestre promotrici del progetto.

Non vorrei, ma mi scappa una domanda. “Ma c’è un bibliotecario? Qualcuno che si occuperà della biblioteca [e che magari capisce qualcosa rispetto a un suo eventuale funzionamento, ma questo non lo dico]?”. Sguardo interrogativo. Ovviamente se ne occuperanno i maestri, che sanno sì che ci sono “diversi programmi”, ma pensavano di fare una cosa semplice tipo un elenco in excel.

Il nervoso rispetto all’inettitudine amministrativa svanisce come d’incanto. Va da sé che la biblioteca, come molti altri progetti, è destinata a non essere mai in funzione. Più che una previsione è una constatazione.

Perché dico che è una metafora del funzionamento della scuola italiana? Perché si spreca tempo, soldi, parole sui dettagli del come. Peccato che nessuno sembri avere la minima idea del cosa.

Perché non sono fatta per la politica. Ovvero: Io e l’Invalsi

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Disclaimer: questo non è un post sulle prove Invalsi. Ne trovate tanti in rete, qualcuno pro e qualcuno contro, e non si sente il bisogno di aggiungerne un altro. Questo è un post su di me in qualità (più o meno nell’ordine) di persona, di rappresentante di classe e di madre.

Arrivare in seconda elementare con un maestro poeta e obiettore è nel 99,9% dei casi una gran fortuna, per i bambini e per i di loro genitori. Mi è stato proposto di essere rappresentante di classe in gran parte per quello 0,1% dei casi, ovvero per il momento – che oggi si conclude – in cui ci saremmo trovati di fronte al dilemma: “Invalsi, che fare?”. Sintetizzando i termini della questione all’estremo: lui sappiamo come la pensa, ma l’altra maestra? E noi, come la pensiamo? Questa terza domanda certe volte mi viene il sospetto che per molti abbia meno rilevanza delle prime due, ma io non solo me la pongo, ma me ne pongo pure una quarta: quello che scelgo di fare o non fare come interagisce con quello che mia figlia capisce e pensa? Per farvela breve, io studio, rimugino, dubito e ripenso fin dall’anno scorso. E, ve lo dico subito, credo di essermi fatta un’idea piuttosto precisa di come la penso. Peccato però che questa mia posizione sia di una forma e di una dimensione che non si adatta alle scatole ad oggi disponibili in commercio, ovvero all’adesione o alla protesta. Il mio problema è che quando mi faccio un’opinione io alla scatola in cui confezionarla non ci penso. E per certi versi faccio male, perché poi mi tocca tenermela per me (o condividerla con pochi intimi), perché non posso spedirla a nessuno, non posso metterla in pila con quella di altri come me, non posso servirmene per costruire qualcosa. Oggi credo che molti staranno pensando di me che non mi sono posta il problema, che non mi voglio esporre, che non me ne frega nulla della scuola italiana in genere e della vita scolastica di mia figlia in particolare. Il che, ve lo dico con il cuore in mano, non è vero. Se mi conoscete un po’, capirete che è persino un po’ inverosimile. Però una cosa è certa: ho mandato mia figlia a scuola, sia ieri che oggi e non ho scritto diffide o documenti di alcun genere. In parole povere, non ho fatto niente. Riassumo dunque qui, più per promemoria che per altro, il punto a cui sono arrivate le tre me attualmente coinvolte nella questione.

Io come persona. Non ce la faccio davvero a sottoscrivere una modalità di protesta che non condivido fino in fondo. Sono convinta, convintissima che il sistema Invalsi così come è oggi sia inefficace, inutile quando non dannoso, costoso e a tratti pure incoerente (tipo quando fa media nell’esame di terza media). Però ci sono alcuni assunti, detti e non detti, nella protesta che non mi trovano altrettanto convinta. Ne esemplifico uno per tutti, che è probabilmente il principale, facendo riferimento a questo comunicato dei Cobas (punto 5): “Le prove non misurano la buona didattica né il buon insegnante: un buon insegnante è colui che, rispettando i tempi e le attitudini dei suoi allievi, riesce ad appassionarli alla sua materia, riesce a coinvolgerli e a motivarli nello studio; tutto questo non si misura“. E niente, io questo grassetto non ce la faccio davvero a condividerlo così com’è. Potrei dire “tutto questo non si misura facilmente”, persino “tutto questo non si misura in questo modo, cioè con questo sistema così com’è stato immaginato e soprattutto applicato”. Ma “tutto questo non si misura” no, non ce la faccio a condividerlo. La buona didattica si deve poter misurare e i buoni insegnanti dovrebbero porsi il problema di come farlo. Il motivo per cui lo penso nasce precisamente dalla mia esperienza. Prima di iniziare a fare il lavoro che faccio io avrei affermato convintamente l’immisurabilità di quasi tutto. Ora sono altrettanto convinta che la misurazione è una delle cose più importanti, complesse e delicate che esistano. Una buona misurazione aiuta a migliorare, a non inventare l’acqua calda ogni volta, a individuare meglio – al di là degli scoramenti e delle sensazioni, che sono pur sempre componenti fondamentali della vita – cosa non funziona e cosa invece funziona. A usare le risorse, soprattutto quelle umane (intese come gli sforzi, la fatica, la fantasia, la pazienza) nel migliore dei modi. Una misurazione pensata e fatta male è inutile e persino dannosa, su questo concordo pienamente. Ma non è una buona scusa per rinunciare a farla. Specie in un servizio come la scuola pubblica la misurazione è un’urgenza e una tutela e se – come è evidente – questo sistema di misurazione e valutazione presenta vistose criticità, bisogna trovare il modo di correggerlo. Ma non posso, per la mia storia e per tutto quello in cui credo, argomentare che “tutto questo non si misura”. Potrei continuare il pippone, ma mi astengo.

Io come rappresentante di classe. Mi trovo davanti una situazione spinosa. Una minoranza molto minoritaria di sostenitori dell’Invalsi. Un gruppo nutrito di aderenti alla protesta, per motivi diversi. Un gruppo, quasi altrettanto nutrito, di incerti, potenzialmente indirizzabili, ma tendenzialmente tiepidini. Alla fine ho scelto, e lo rifarei, di diffondere le corrette informazioni logistiche (correggendo voci inesatte che di tanto e tanto si diffondevano) e non proporre una linea comune. Non mi sarei sentita a posto con la mia coscienza a fare in altro modo. Così sono io. Come rappresentante faccio tutto quello che posso per promuovere un clima cordiale tra noi (che c’è già spontaneamente, di suo), per evitare i drammi e le enfatizzazioni (ritengo, forse a torto, che siamo tutti usciti dall’adolescenza e abbiamo già vite abbastanza complicate di loro, senza necessità di aggiungere pathos). Ma più in là non vado.

Io come genitore. Alla fine Meryem ha fatto le prove dei test, probabilmente non i test in sé (lo saprò tra qualche ora). Ma quando mi ha raccontato di queste prove mi sono limitata a ascoltare, senza commentare. Non le ho sminuite o ridicolizzate, non le ho enfatizzate in alcun modo. Lei sapeva che il maestro le brucerebbe, ed è giusto che lo sappia. Sapeva che la maestra, pur non essendo probabilmente una fan, gliele ha fatte provare e che, pur essendo un pochino difficili, non c’era nulla che lei non fosse in grado di fare. Niente alone di mistero, dunque, e niente paura. Oggi a scuola una sua amichetta aveva in mano la copia della diffida che sua madre aveva depositato in segreteria. “Cos’è?”, mi ha chiesto ovviamente Meryem. L’amichetta non sapeva rispondere e allora io le ho detto la prima che mi è venuta, non troppo lontana dal vero: “Lo sciopero dei genitori”. Alcuni insegnanti scioperano, alcuni no. Alcuni insegnanti scioperano alcune volte e altre no. Così i genitori. Se mi chiederà perché stavolta io no, cercherò di spiegarglielo. Me la immagino, Meryem, che mi chiede: “Ma quindi tu non pensi come il maestro?”. E qui dovrò spiegarle la cosa più difficile. Che si può apprezzare profondamente qualcuno, rispettarlo, persino amarlo e lo stesso non essere d’accordo con lui su una, due, tre cose o mille cose. Anche se quel qualcuno è un maestro meraviglioso. Anche se quel qualcuno è mio fratello, mia sorella, la mia migliore amica, il mio compagno. Anche se quel qualcuno è la mia mamma. Anche se quel qualcuno è mia figlia, per cui sarei comunque disposta a fare qualsiasi cosa. La libertà è una cosa più complicata di quello che sembra.

10 più uno – Celebriamo YB!

pensatoio

Ultimamente Facebook ci regala squarci inattesi (e non richiesti) del nostro passato attraverso la fuzione “Accadde oggi”, che a me ricorda fortemente la rubrica “Domani avvenne” dell’Almanacco del giorno dopo (chi se lo ricorda? questo è davvero un ricordo che mi data…). Per questo ho notato che alcuni anni fa (4, per la precisione) avevo lanciato un giveaway in occasione del compleanno di questo blog. All’epoca era il settimo compleanno, oggi inizio il conto alla rovescia per l’undicesimo.

Dieci anni più uno, insomma. Non pochi. Il primo post di Yenibelqis è datato 16 maggio 2004. I dieci anni non mi è venuto in mente di festeggiarli, ma almeno i dieci più uno meritano che si organizzi qualcosina, non vi pare? Visto che siamo in vena di revival, quello che vi chiederei stavolta è di regalarmi un ricordo.

Regalatemi, nei commenti qui o sui social, un ricordo vostro che coinvolga anche me, come blogger (un post che ricordate, un argomento che vi ha ispirato delle riflessioni) o come persona (se ci conosciamo personalmente). Buttiamo tutti i nostri ricordi in questo pensatoio virtuale.

Per partecipare avete tempo dieci giorni, ovvero fino al 16 maggio alle 24:00.

E poi che ne faremo, di tutti questi ricordi? Come sempre, ancora non lo so. Una cosa è certa: non si vince niente. Credo che non si possa più nemmeno per legge. Ma intanto facciamo questo brainstorming di memorie, come una festa in cui ognuno porta qualcosa. Qualcosa di carino ne verrà fuori certamente.

Idrovore e piante pioniere

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Il futuro è tutto da costruire, potrà essere anche peggiore ma ci sono due certezze: nulla resta immutato, il presente non è per sempre, e molto dipenderà da noi, dal nostro impegno, dalla nostra forza di non arrenderci, dalla nostra creatività e dal nostro coraggio. Leggevo ieri queste parole di Mario Calabresi su La Stampa e immediatamente ho pensato ai giorni che ho trascorso con Meryem e la Giovane Montagna nel Polesine. Una gita di tutto riposo dal punto di vista dell’impegno fisico (l’unico dislivello era quello che ci separava dagli argini del fiume e si aggirava sui due metri e mezzo), ma straordinariamente intensa. Il Polesine non l’abbiamo solo visto, ma ce l’hanno raccontato, con passione e competenza, le guide a cui ci eravamo affidati. Questo per me ha fatto davvero la differenza. Natura e uomo insieme, nemici e alleati. Fatica, pazienza, ingegno, coraggio. Quella di questo territorio è una storia bellissima e anche una potente metafora. Abbiamo iniziato a capirlo già il pomeriggio che siamo arrivati, al Museo della Bonifica. Se mi avessero detto che mi sarei commossa davanti a un’idrovora, non ci avrei creduto. E anzi, vi dirò: se fossi stata io a scegliere magari non ci sarei andata affatto, preferendo qualche vetrina di museo di antichità molto mono significativo. Avrei commesso un errore madornale. Davanti a quelle pompe stupefacenti, la nostra guida Sandro ha iniziato a spiegarci davvero dove ci trovavamo. Ci ha fatto notare come “i pesci nuotano più in alto di dove volano gli uccelli”, poiché il fiume scorre vari metri più in alto del livello delle campagne e incombe, letteralmente, sulle colture. Ci ha descritto la povertà vera di chi vive di nulla e con nulla. L’emigrazione che ha portato via tanti dal Veneto e da qui in particolare. E poi quell’impianto solenne, capace di riportare l’acqua in eccesso su al fiume e bonificare i terreni. Ci ha detto di quando suo nonno li portava, da bambini, a guardarlo, perché era quella macchina straordinaria che dava la possibilità ai suoi figli di continuare a vivere dove erano nati. Mi ha colpito l’eleganza del soffitto liberty, le targhe che tradivano la fierezza di chi aveva costruito quell’impianto con la consapevolezza che non era una macchina come un’altra. “Ca’ Vendramin parla”, ci diceva Sandro. Verissimo. Parla persino a me, che di pompe e caldaie non capisco nulla. Ma anche la natura, con il suo fascino discreto, ha fatto e fa la sua parte. Al giardino botanico di Porto Caleri, oltre ad aver conosciuto la salicornia – una pianta che avrei giurato fosse un parto della fantasia della Rowling e invece esiste, e ho avuto persino il coraggio di masticare una bacca (salata!!!!) – abbiamo visto con i nostri oggi come dalla sabbia le piante pioniere avviino un processo lento ma inesorabile che di fatto trasforma il terreno profondamente, fino a renderlo adatto agli arbusti prima e al bosco vero e proprio poi. Se non fosse stato per le zanzare, che lì prosperano come nel paradiso terrestre e raggiungono dimensioni e ingordigia ben al di fuori della media stagionale romana, anche quell’itinerario sarebbe stato perfetto. Natura, uomo, uomo, natura. La mattina dopo navigavamo sul Po di Venezia in motonave e il pensiero correva alle capanne di canne in cui si viveva prima, quando le alternative erano scarse o inesistenti. Quando possedere una bicicletta era segno di ricchezza e una scintilla di troppo poteva mandare in fumo tutto in un momento (per quello si sono inventati i camini a dado). Il faro, su cui immaginavo Montale e la moglie (“la talpa”) che salgono le scale un po’ a fatica e poi fissano lo sguardo su quella linea dell’orizzonte dove l’acqua cambia colore e diventa mare. E mi veniva anche da sorridere, ripensando a quando, il giorno precedente, Meryem armata di binocolo avvistava garzette e volpoche. L’avete visto Un anno da leoni? Comunque lei ha rischiato seriamente di odiarmi perché ho avvistato una nutria e un fagiano e lei no. Il birdwatching induce alla competizione, evidentemente (sì, la nutria non è un uccello, ma non state a guardare il capello).

Ordinazione di famiglia

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Sabato scorso ho partecipato all’ordinazione presbiteriale (chirotonia, per essere precisi) di un amico di famiglia, che per 35 anni è stato presbitero nella chiesa di S. Atanasio dei Greci. Vi ho parlato più di una volta della mia frequentazione di questo luogo un po’ speciale, a due passi da piazza del Popolo, ad esempio qui e qui. Come la comunità ucraina che ho conosciuto lo scorso Natale, la comunità di S. Atanasio è cattolica.

Perché si fa presto a dire cattolico. Apriamo una parentesi didascalica.

La Chiesa cattolica, sia in Occidente che in Oriente, ha un’ampia gamma di riti.

Ci sono quattro “tronchi” principali:

1.- In Occidente: il rito latino.

2.- In Oriente:
a).- il rito antiocheno (siriaco)
b).- il rito bizantino, nato da un gruppo di riti provenienti dal rito antiocheno sotto l’influenza di San Basilio e San Giovanni Crisostomo
c).- il rito alessandrino (Egitto).

In questi quattro “tronchi” si raggruppano tutti i riti: 29, per essere esatti. E il rito non è solo, come ero portata a pensare io, la lingua della funzione, che canti si cantano, che letture si fanno. Il rito scandisce tutta la vita concreta della comunità, comprese le date delle festività e, appunto, la questione delle ordinazioni.

Il mio amico Luigi è già nonno. In tutti i riti orientali della chiesa cattolica, infatti, si può essere ordinati diaconi e anche presbiteri anche se si è sposati (ma dopo l’ordinazione non si può sposarsi). Il celibato è richiesto solo per i vescovi, ma dubito che Luigi abbia questa ambizione. Alla sua ordinazione c’erano tutti i suoi familiari e hanno avuto un posto d’onore anche nei ringraziamenti, nelle preghiere e nella cerimonia: la “sposa”, i figli, i nipotini (che hanno partecipato alla processione con aria compitissima, facendo capolino tra i paramenti scintillanti dei molti concelebranti) e persino i consuoceri.

Posso dire che ho trovato questo sacramento di famiglia molto bello? Se devo essere onesta del tutto, il valore aggiunto del celibato per i sacedoti non sono mai riuscita a coglierlo pienamente, specialmente se è un requisito obbligatorio. Posso capire che possa essere per alcuni una dimensione liberamente scelta di vivere la propria vocazione. Ma l’argomento che una famiglia osterebbe o limiterebbe molto la funzione sacerdotale mi pare debole, molto debole. Specialmente oggi che frequento pastori di chiese non cattoliche (e, come abbiamo visto, anche cattoliche di rito diverso da quello latino) che molto praticamente e semplicemente dimostrano che essere padri di  famiglia nulla toglie alla loro vocazione, anzi.

Il Papa anche oggi, come succede spesso, cerca di volgere al positivo i punti più critici del dibattito, laddove altri sentono il bisogno di irrigidirsi e arroccarsi su posizioni “non negoziabili”. Invita a riflettere, Papa Francesco, sul fatto che molti giovani sembrano non aver fiducia nella famiglia: pochi matrimoni, molti divorzi, meno figli. Io credo che la famiglia intesa in senso ampio come nucleo costitutivo di un amore che si fa impegno preciso tra alcune persone e che da questo legame trae motivazione per estendersi generosamente all’esterno possa essere un punto di forza per rinnovare la qualità della nostra vita sociale. Ma allora non sarebbe opportuno aprirsi con convinzione alla possibilità che il sacramento del sacerdozio possa essere accolto più che adeguatamente anche in un contesto familiare?

Se penso alle persone che ho incontrato che si sono trovate a lasciare il sacerdozio non senza dolore solo a causa del requisito del celibato, non posso che pensare alle molte occasioni sprecate di avere sacerdoti convinti, felici e ricchi affettivamente e spiritualmente.

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