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Non amo gli angeli

angelo

In questi momenti in cui i media spalancano, tutti insieme, gli occhi sulla sofferenza immane nel mondo, bambini inclusi, il linguaggio ha una brusca sterzata natalizia.

Sono angeli i bambini morti che condividiamo sulla bacheca di Facebook. Però, da vivi, ai loro genitori nessuno ha rilasciato un visto. Non gli erano ancora spuntate le alucce.

Sono Madonne le madri che sostano straziate in frontiera, con i bambini in braccio. Ma questa aura di divinità non assicura loro quasi nulla. E comunque le Madonne continuiamo a preferirle chiare di pelle, come i pittori rinascimentali.

Sono angeli molti, moltissimi cittadini (volontari o operatori che siano, senza distinzione) che portano da mangiare e da bere. Sono angeli perché sono buoni. Ma io continuo a pensare che il dovere di ciascun essere umano in quanto tale abbia poco a vedere con la bontà.

Troppi sospiri, troppo sdegno teorico. Difficile però capire cosa davvero sia utile fare in questo frangente. Difficile persino capire cosa proporre.

Butto lì un paio di idee.

  1. Contribuire alla pulizia delle nostre menti e delle conversazioni. Il razzismo, implicito o esplicito, fa da padrone. Cerchiamo di non parlare senza pensare e di non lasciarci guidare solo dalla pancia. Se una conversazione a cui partecipiamo prende una piega che non ci piace, troviamo il coraggio di dire, con garbo e fermezza, che non la pensiamo così. E’ dolorosissimo, lo dico per esperienza.
  2. Facciamo la prova dell’empatia: davvero, in tutta onestà, consideriamo queste persone di cui si parla davvero pari a noi? Probabilmente no. Allora cerchiamo di fare dei progressi e di aiutare chi conosciamo a farne. Io temo che il modo sia solo uno: incontrare persone fisiche e tangibili. Farci degli amici rifugiati e cercare di vedere il mondo attraverso i loro occhi. Mettiamoci nei loro panni, come proviamo a fare con la nostra amica che ha perso il lavoro o con nostro fratello che si è lasciato con la moglie. Difficile, difficilissimo. Lo so.
  3. Non è una situazione facile. Coltiviamo la nostra intelligenza e ammettiamo che non sappiamo tutto. Vi pare poco? Non lo è, vi assicuro. Non vi accontentate degli slogan e delle teorie precostituite.
  4. Non ci arrendiamo allo scoramento generale, “tanto non ci si può fare niente, tanto vale…”. Non è vero. Ciascuno può fare qualcosa. Se non crediamo questo, restiamo intangibili e inscalfibili, anche se ci spunta la lacrimuccia davanti al cadavere sulla spiaggia.

Se angeli dobbiamo proprio essere, vorrei che riscoprissimo l’etimologia del nostro ruolo e lo prendessimo sul serio. Facciamoci “messaggeri” di questa umanità che patisce. Nel nostro piccolo, cerchiamo il modo di ascoltare con attenzione queste persone e raccontiamo quello che ci dicono, a chiunque ci ascolta. Attenzione però: un buon messaggero non inventa quello che deve dire in base alle sue, pur lodevoli, sensazioni. Prima deve ascoltare. Le foto, anche le più belle, si possono osservare e basta.

Di rifugiati, morti e vivi

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Ho seguito un po’ su Facebook dibattiti, anche animati, in merito a fotografie – molto crude – che sono circolate sui social e che ritraggono alcune delle numerose vittime delle frontiere europee. Io non le ho condivise e mi piacerebbe spiegare perché. E vorrei spiegarlo bene, passaggio per passaggio.

  1. Non credo che nessun cittadino europeo con facoltà di voto abbia il “diritto di non vedere” queste immagini. Questo voglio chiarirlo subito. Non si tratta di vittime di un incidente stradale o di una calamità naturale. Queste vittime sono una diretta conseguenza delle scelte politiche dei nostri governi democraticamente eletti e quindi ne siamo in una certa misura responsabili. Non è l’Europa (entità impersonale e imperscrutabile) che decide di costruire muri, di mettere mine, di chiudere i superstiti di un naufragio in un centro di detenzione libico o, semplicemente, di non adoperarsi in nessun modo per far viaggiare vittime innocenti della guerra in forma legale e sicura. Sono i legittimi governanti dei singoli Stati e le alternative esistono.
  2. Ciò detto, un po’ di delicatezza nell’uso delle immagini non guasterebbe. Ad esempio basterebbe avere cura di non rendere riconoscibili i lineamenti, come si pare normale di faccia con i minori (se sono figli nostri).
  3. Ma non è tanto questo il punto. Il motivo per cui non mi piace condividere foto e storie di rifugiati morti, sebbene non creda che sia inutile né illegittimo, è che preferirei condividere foto e storie di rifugiati vivi. Meglio ancora, mi piacerebbe che sempre più persone incontrassero e conoscessero dei rifugiati nella vita di ogni giorno. Credo che servirebbe di più, sebbene sia molto più complicato. E ora cercherò di chiarire meglio questo concetto.

Quello che più mi sconvolge, nei discorsi e dibattiti di questi mesi, ancor più dello straordinario sfoggio di ignoranza e utilizzo di falsità da parte di chi è in malafede, è il fatto che anche chi è in buona fede sembra aver interiorizzato come normale che a queste persone non vengano mai applicati standard che noi troveremmo accettabili o anche solo tollerabili. Un paio di spot di Save the Children hanno provato a lavorare su questo messaggio: penso ad esempio a questo, o anche a questo. Gente che mi ha criticato anche pesantemente per aver portato mia figlia in vacanza in Turchia per il pericolo a cui la avrei esposta, argomenta con la massima sicumera che Paesi come Nigeria, Ghana, Guinea o Pakistan sarebbero assolutamente sicuri e che chi arriva da lì non sta fuggendo ma “ci sta provando”.

Altro filone, comunissimo, è quello di chi si scandalizza perché i rifugiati protestano per condizioni di accoglienza inadeguate o, scandalo massimo, per il cibo di cattiva qualità o non consono alle norme della loro religione. Ma come? Pretendono pure qualcosa? Accampano pretese? Ma allora non sono rifugiati veri! Altrimenti si accontenterebbero.

Questo tipo di argomentazioni dimostra, semplicemente, che queste persone non sono considerate al nostro livello. Voi, dopo che avete venduto tutto quello che avete per mettere in salvo i vostri figli da morte certa – certa al punto di rischiare di perderla, quella vita, in viaggi inimmaginabili – vi accontentereste di vederli parcheggiati in casermoni per mesi i mesi senza alcuna prospettiva di futuro? Non vi aspettereste aiuto, supporto, comprensione o almeno simpatia?

Ma non è nemmeno di questo che volevo parlare. Voglio solo farvi capire che le uniche persone per cui davvero riusciamo ad indignarci sono quelle che sentiamo equivalenti a noi, ai nostri figli, ai nostri cari. Se, come è evidente, l’appartenenza alla comune razza umana non ci è sufficiente, l’unica strada possibile è che almeno alcune di queste persone ci stiano a cuore, personalmente, con il loro nome e il loro vissuto. Che diventino nostri amici.

A quel punto, ve lo assicuro, l’empatia ci viene più facile. E cominceremo a capire di cosa si parla. La foto di un cadavere non può parlare. Può scioccarci, ma non può creare con noi nessun legame. Ci possiamo proiettare sopra nostre fantasie, più o meno fondate. Ma non ci può raccontare la sua storia, non ci possiamo ridere, non ci possiamo discutere e nemmeno litigare. Alla fine sospetto che ci lascerà indifferenti, tanto quanto i numeri delle statistiche. Per questo oggi non le condivido. Anche se non credo che chi lo faccia sbagli.

Istanbul in sette giorni

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Istanbul in sette giorni non si visita tutta. Non credete alle guide. Per farsi una prima idea di questa metropoli sorprendente di giorni bisognerebbe preventivarne almeno dieci, meglio dodici. Noi però questi giorni avevamo e ce li siamo fatti bastare. Aggiungiamo poi che eravamo in tre: io, mia figlia Meryem (8 anni) e Pietro (che a causa di un infortunio era fermamente intenzionato a camminare poco e mai su dislivello). C’erano inoltre alcune indicazioni del Ministero degli Esteri, rispetto alla necessità di evitare posto troppo affollati e turistici (inclusa la metropolitana) a causa del rischio attentati.

Rispetto ai dislivelli l’impresa si presentava disperata. I colli di Istanbul, sette come quelli di Roma, sono maledettamente ripidi. I dislivelli c’erano. Le camminate pure. Però i taxi – mi sono dovuta rassegnare all’evidenza – costano poco. Meno dei mezzi pubblici, che pure ho ostinatamente usato quasi tutti. E gli attentati, direte voi? Beh, ci è stato subito chiaro che posti poco affollati a Istanbul semplicemente non esistono. Ci siamo lasciati contagiare dall’atmosfera di svagata rilassatezza della città e abbiamo osato. Non ce ne siamo pentiti.

015Istanbul a mia figlia ha rivelato da subito due grandi attrattive: i gatti e i gabbiani. I primi, in particolare, hanno la stessa aria di sublime indifferenza dei gatti di Roma. Talora si concedono alle coccole, talora si spostano sdegnati. A volte assumono una sostenuta posa da sfingi e regnano sulle soglie e sui gradini, ostentando distacco. I gabbiani, reali e comuni, si esibiscono volentieri nella presa al volo di briciole e pezzi di pane duro che i passeggeri lanciano da battelli e vaporetti. E qui veniamo alla terza attrazione di Istanbul: la navigazione. Il Corno d’Oro e il Bosforo altro non sono che Mediterraneo addomesticato a fiume. Il Bosforo aggiunge l’indubbio fascino di collocarsi tra Europa e Asia. Il Corno d’Oro fa onore al suo nome scintillando con zelo di riflessi sempre diversi. Il mare fluviale si naviga in barca, ma a tratti si supera sui ponti. E persino, meraviglia, ci si può passare sotto, a bordo dell’avveniristico Marmaray, la metro subacquea che collega due continenti.

Vi è venuta voglia di fare un salto a Istanbul? Eh, lo so. Di più. Lo capisco perfettamente. Spero di parlarvi più diffusamente di alcune mete in altri post, ma inizierò a darvi alcuni consigli generali e poi vi racconterò sinteticamente il programma di marcia che abbiamo scelto noi per la nostra settimana.

Intanto scegliete il vostro albergo. Noi eravamo al Pera Hotel, nel quartiere di Beyoglu (vicino alla Torre di Galata). Le stanze sono piccoline, ma comode e lo staff gentilissimo. Nessuna vista panoramica, ma francamente, cosa vi importa? Quella la avete in qualunque altro posto della città e mica siete venuti fino a Istanbul per stare affacciati alla finestra, no?

Seconda dritta: munitevi al più presto delle giuste “card”. Il Museum Pass (85 lire turche) consente di accedere ai musei statali della città  (sono la maggior parte: l’eccezione più eclatante è la cosiddetta Basilica Cisterna) per 72 ore. Sebbene in passato fosse ancora più vantaggiosa, resta comunque conveniente e soprattutto consente di saltare la fila. Si compra nella biglietteria di tutti i musei, alla reception di alcuni alberghi e anche online. Dà diritto ad alcuni sconti anche nei musei non statali e per le crociere sul Bosforo organizzate dalla compagna municipale di trasporti. I bambini fino a 8 anni compiuti entrano gratis. La carta magnetica ricaricabile per i trasporti, se decidete di usarli, è altrettanto importante. Noi abbiamo faticato un po’ a farla perché la macchinetta alla stazione dove cercavamo di comprarla esigeva una singola banconota da 10 lire turche per ciascuna card (non dava resto e non accettava la somma se composta da tagli diversi…), ma una volta acquistata la ricarica è stata molto semplice. Piuttosto valeva la considerazione che per alcuni tragitti, essendo in tre (i bambini pagano), il taxi risultava più conveniente.

Per documentarvi sulla vostra visita vi consiglio un libro e un blog. Partiamo dal secondo: Istanbul, Europa di Giuseppe Mancini è una fonte preziosissima di consigli e informazioni dettagliate e aggiornate. Ci è stato molto utile per limare i particolari della nostra visita e per integrare le informazioni pratiche, spesso un po’ approssimative, delle guide tradizionali. Il libro invece è 111 luoghi di Istanbul che devi proprio scoprire. Ci ha regalato molte conferme e qualche spunto nuovo, diventando una specie di album di ricordi della nostra visita grazie alle belle foto che accompagnano il testo. Per la topografia abbiamo apprezzato la seconda edizione ampliata della Cartoville Istanbul del Touring editore: più dettagliata delle simboliche cartine delle guide, molto più maneggevole di una mappa tradizionale.

Ultimo consiglio: i pasti possono essere tutti veloci e assai convenienti, ma un tuffo serio nella cucina ottomana non potete davvero negarvelo. Senza bisogno di spendere una follia, potete gustarvi una cena da Haci Abdulla. Attenzione, le porzioni sono generosissime!

Ed ecco infine il programma sintetico della nostra visita.

Giorno 1: arrivo, trasferimento, passeggiata in zona Bazar delle Spezie e Bazar di piante, pesci e uccelli, vicino alla Yeni Camii (vendono le sanguisughe!).

Giorno 2: S. Salvatore in Chora (Kariye Muzesi), Fethiye Camii (Chiesa di Pammakaristos), Sultanahmet/Moschea Blu e Ayasofya/Santa Sofia, Yerebatan Sarnici/Basilica Cisterna.

Giorno 3 : Rustem Pasa Camii e crociera sul Bosforo, versione lunga (fino al Mar Nero!)

Giorno 4: Museo archeologico, Aya Irini, Uskudar (Mihrimah Camii, Sakirin Camii, Cinili hammam per un bagno turco)

Giorno 5: isole dei Principi (Burgazada), Suleymaniye Camii, Gran Bazar

Giorno 6: Eyup (moschea e teleferica), Museo Koc, acquisti sull’Istiklal.

Giorno 7: trasferimento all’aeroporto e visita dell’acquario di Florya.

Già da questo sintetico appunto vedrete che abbiamo fatto alcune scelte che si potrebbero definire discutibili, prima fra tutte quella di non visitare Topkapi. Non siamo andati una sera a Ortakoy, come avrei voluto fare. Abbiamo omesso molte chiese e moschee importanti e belle, nonché il parco Yildiz con i suoi bei chioschi, che avrei voluto vedere, e i palazzi imperiali (Dolmabahce, Ciragan, Beylerbeyi). Non siamo andati al Museo del mare a vedere la mappa di Piri Reis (1513), né al museo di Arti turche e islamiche dove c’era una mostra sui Selgiuchidi che mi faceva gola. Nonostante questo, ritengo che abbiamo scelto bene le nostre mete e spero, nei prossimi post, di raccontarvi anche perché ne sono convinta.


selfie

Tornate!

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E alla fine tornammo. Sabato pomeriggio siamo sbarcate a Fiumicino, con gran tintinnio di braccialetti, di ritorno da una settimana a Istanbul e due in giro per l’Anatolia orientale in macchina. Per raccontarvi questo viaggio temo che mi ci vorrà un anno sabbatico. Tre settimane piene di luoghi, colori, sorprese, imprevisti, relazioni. Cercherò di farlo comunque, piano piano. Abbiate pazienza.

E’ buffo scoprire quanta gente ci ha seguito su Facebook, a volte senza commentare, ma comunque accompagnandoci con affetto e, a tratti, con qualche apprensione (espressa o non espressa). Mi piacerebbe davvero ringraziarvi tutti. La destinazione non era forse la più rilassante di questi tempi, ne convengo. Ma era il nostro viaggio e ce lo siamo goduto. Ho avuto anche io i miei dubbi, alla partenza, ma con il senno del poi credo di aver fatto bene.

Era un viaggio “a misura di bambino”? Come in molti mi avete fatto notare, più o meno discretamente, decisamente non lo era. Ma arriva anche l’epoca dei viaggi e basta. E per Meryem questo momento era arrivato. E’ stata una ottima compagnia e, temprata da due anni di vacanze itineranti, non ha battuto ciglio  davanti a afa, docce malfunzionanti, bagni alla turca e sistemazioni di ogni genere.

Ho desiderato questo viaggio dal 1992, ma oggi mi rendo conto che valeva la pena aspettare di poterlo fare con lei.

Pronti?

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Insomma, circa, quasi. No, onestamente ancora no. Ma contiamo di esserlo.

Anche questa estate, come quella scorsa, ci vede metterci in viaggio con la prospettiva di trovare, al nostro rientro, diversi cambiamenti importanti. Ma ormai abbiamo capito la tecnica. Riempiamo lo zaino e andiamo. Al ritorno ci si penserà.

Non è che non abbia preoccupazioni. Viaggiare di questi tempi, specialmente in contesti non esattamente tranquilli, qualche angoscia la provoca anche a me. Ma abbiamo preso e prenderemo le nostre precauzioni. Che implicano, incidentalmente, che ancora non sappiamo precisamente dove ci porterà la strada dopo Instanbul.

Sarà una bella estate, ne sono sicura. Un’altra estate nostra, a misura di noi.

E questo mi basta.

Con le mani

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Meryem quest’anno con me ha fatto esperienza di diverse forme di viaggio, gita, escursione. In gruppo, con il padre o solo noi due.

Una di queste esperienze però l’ha fatta da sola, anche se io la seguivo a pochi passi. Una passeggiata in un giardino, che non ha visto ma solo intuito. Il bel video realizzato dai soliti Artigiani Digitali (stavolta lanciati nell’impresa non da poco di realizzare un filmato che potesse essere fruito anche senza vederlo) la racconta bene. Vedrete spesso lei, in un paio di fotogrammi anche me (assai meno decorativa, diciamocelo).

L’altra sera siamo andate insieme alla festa dell’istituto S. Alessio, dove abbiamo assistito alla proiezione in anteprima e anche assistito alle notevoli performance musicali, teatrali e in generale di intrattenimento offerte da persone che sulla vista non possono contare, ma non per questo hanno meno voglia di essere protagoniste. Con evidente successo, peraltro.

Chi ha paura del buio? recita la canzone dello Zecchino d’Oro di cui abbiamo conosciuto l’autore, Giovanni Paolo Fontana. Noi no, o almeno noi molto meno di prima. Certamente abbiamo avuto modo di riflettere sul concetto di fiducia e sulla coltivazione sapiente dei sensi. Mi ha fatto piacere notare che Meryem non fosse del tutto nuova a simili esperimenti: a scuola hanno fatto qualche esercizio anche pratico sulla diversità e lei era assai meno disorientata di me.

Io mi sono dovuta confrontare di colpo con la sensazione di avere di fatto messo mia figlia in mano ad altri senza averli mai visti prima (e senza poterli peraltro vedere neanche durante…). Mi credevo una madre più sportiva, ecco. Probabilmente avevo sottovalutato l’importanza del poterla “tenere d’occhio”, sia pure a distanza. Sono stata comunque molto fiera di lei, e contenta di questo viaggio fuori dal comune che abbiamo avuto occasione di fare, una dopo l’altra.

 

Si comincia da Istanbul

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Questa era facile. La città per eccellenza, a parte Roma, è Istanbul. Sette colli, Corno d’Oro, Bosforo e skyline mozzafiato. Una metropoli vera, e non da ieri. Ci sono stata tre volte, finora, in momenti molto diversi della mia vita. L’ho sognata, prima e dopo, infinite volte. L’ho letta e ascoltata nei racconti di persone di tutte le epoche, inclusa la mia.

Ho le mie immagini di Istanbul, ma non vedo l’ora che anche Meryem cominci a costruirsi le sue. Intanto ve ne regalo qualcuna.

La voce di Sesen Aksu nella fortezza di Rumeli, sul Bosforo, una sera d’agosto.

L’anastasis di Kariye: contemplarla, una mattina di Pasqua, è stata un’esperienza più religiosa di tante liturgie più canoniche.

La patata arrosto ripiena delle bancarelle di Ortakoy. Ora so che si chiama kumpir, all’epoca la chiamavo in un altro modo.

Il Pera Palace, l’hotel di tante celebrità, ma soprattutto di Agatha Christie, il mio idolo.

I lampadari tondi e bassi delle moschee, la luce che filtra e disegna arabeschi ulteriori sui tappeti, i momenti di silenzio trascorsi seduta a gambe incrociate, con il fiato sospeso.

I gabbiani di Istanbul quando ancora non erano così tanti a Roma.

Una traversata del Bosforo di notte, fuori dai percorsi del turista, di ritorno da una casa specialissima.

Istanbul della mia fantasia è femmina. Si incarna in tre donne forti, tre straniere: RoxelanaGrazia Nasi (che per me ormai ha la voce di Evelina Meghnagi) e la già nominata Agatha Christie. Tre donne fuori dagli schemi, che sono state capaci di rialzarsi una o più volte, dopo che il destino le aveva gettate a terra.

Per questo, anche per questo, il mio viaggio con Meryem partirà da qui.

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