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Sulla Turchia

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“Ma perché Erdogan ha tanti sostenitori? Li paga? Sono figuranti? Sostiene la classe media?”. Durante il weekend del fallito golpe in Turchia, oltre a tirare tutti i sospiri di sollievo possibili per aver a suo tempo deciso che Meryem una settimana di vacanza con il padre non l’avrebbe fatta proprio ora (“Secondo me se Meryem era qui con me tu saresti impazzita. Non mi stupirebbe se avessi noleggiato un aereo per venirla a prendere”, ha commentato il curdo, che un po’ mi conosce), ho ricevuto molti messaggi, telefonate e mail in cui mi si chiedeva un parere. Vi ringrazio di avermi promosso a opinionista, la cosa mi lusinga. Non ne ho le competenze, ma certo, incoraggiata dal livello di quel che si vede in TV, qualcosa mi sento di dirla anche io, magari con qualche link di consiglio.

  • La situazione è preoccupante? 
    Certamente. Lo è da molti punti di vista e lo era anche prima del tentato golpe. In estrema sintesi, la prossimità della guerra in Siria e le pressioni dei vari attori internazionali coinvolti (non ultima l’Unione Europea, pronta a tutto pur di tener chiuso il “rubinetto dei migranti” – ma che espressione deliziosa, vero? L’ho sentita usare almeno tre volte in dieci minuti in tv), stanno complicando a dismisura un passaggio politico già di suo estremamente complesso. Ricordate sempre, tipo mantra: la Turchia è grande, popolosa, complicata, con una storia pesante e conflittuale già al suo interno. Per giunta è storicamente e geograficamente in una posizione di confine tra Asia e Europa, sul suo territorio ci sono le sorgenti dei due fiumi che dissetano il Medio Oriente più i passaggi di tutti i possibili canali di rifornimento di gas, petrolio e chi più ne ha più ne metta, per non parlare della base NATO. Come ha ben scritto Michela Murgia, “se niente sembra semplice in Turchia è perché non lo è”.
    Il rischio più grave in questo momento per tutti, a partire dai cittadini turchi, è la guerra civile. Come dicono alcuni amici turchi, provate a immaginare se la situazione in Turchia diventasse come quella in Siria.
  • Come ce la stanno raccontando i media?
    Beh, almeno quelli italiani piuttosto male. Ricordo che già dall’elezione di Erdogan sui giornali italiani si parlava di islamizzazione, estremamente a sproposito peraltro. Per noi, o per i nostri giornalisti, pare che l’islam sia il maggiore se non unico problema della Turchia. Questa nostra fissa, accentuata dalle recenti questioni (ISIS, terrorismo, etc) ci ha portato in varie occasioni, non ultima questa, a augurare ai turchi un bel golpe militare come un tempo. Un golpe pulito, elegante, efficace, che ci assicuri la laicità. Qui mi sento di farvi una rivelazione: la percentuale di turchi che si augura un regime militare, laico o no, è attualmente piuttosto esigua. Mi pare che lo abbiano peraltro dimostrato in ogni modo: tutti i partiti politici, inclusi quelli di opposizione (anche piuttosto dura) a Erdogan, si sono immediatamente e pubblicamente espressi contro il colpo di stato. Da giorni le piazze della Turchia sono piene di gente che manifesta con lo slogan Hakimiyet milletindir “la sovranità appartiene alla Nazione”. [Da leggere anche questa seconda nota di Michela Murgia].
    Certamente è in corso una dura e preoccupante repressione, peraltro perfettamente in linea con il trend dettato da tempo da Erdogan. Il quale, per inciso, è il Presidente della Repubblica e non il Capo del Governo: sta però mettendo in atto nei fatti già da tempo il regime pienamente presidenziale che vuole ratificare modificando la costituzione, come mostrano le recenti dimissioni del premier Davutoglu. Però certamente anche fatti preoccupanti in sé vengono riportati sempre con una sfumatura palesemente islamofobica: le sospette torture, che certamente vanno denunciate come tali (ci mancherebbe!), nel rimbalzo sui social diventano curiosamente “fustigazioni” e addirittura “decapitazioni”, con un immaginario tutto ISIS. Per non parlare della bufala della pedofilia legale, condivisa anche dai miei amici più attenti alla verosimiglianza delle fonti. [Aggiornamento: su questo punto in particolare però oltre all’episodio di gennaio riportato da Wired è successo anche altro e, per la precisione, una decisione assai discutibile della corte costituzionale turca che non rende legale la pedofilia, evidentemente, ma certo desta molta preoccupazione perché ammetterebbe la possibilità che un atto sessuale che coinvolge un minore tra 12 e 15 possa essere considerato consensuale. La decisione, che dovrebbe entrare in vigore dal prossimo 23 dicembre, è giustamente oggetto di denunce e contestazioni. Alla luce del fatto che i matrimoni combinati in alcune zone della Turchia sono ancora oggi tutt’altro che rari e che io stessa conosco persone che si sono sposate a 14 anni è evidente che il possibile impatto di una modifica del genere è assolutamente rilevante. Ringrazio la mia amica Chiara per la segnalazione. Ulteriore approfondimenti su una questione comunque controversa li trovate qui http://www.butac.it/annullato-reato-pedofilia-turchia/%5D.
  • Sulla sospensione della Carta Europea dei Diritti Umani
    Questo è assolutamente vero e allarmante: giorni fa il governo turco ha decretato lo stato di emergenza, poi approvato ieri dal Parlamento (voti dell’Akp e del partito nazionalista Mhp); in più, è stata decisa la sospensione temporanea della Convenzione europea per i diritti dell’uomo. Però credo che anche questa allarmante notizia vada inquadrata correttamente. Si tratta (ancora) di una misura che avviene nella legalità. Lo stato di emergenza è una misura temporanea – della durata di 3 mesi – prevista dalla costituzione turca qualora approvata dal parlamento; la sospensione della convenzione europea per i diritti dell’uomo, poi, è prevista dalla convenzione stessa, ovviamente entro certi limiti. L’art. 15 della convenzione, relativo alla “Deroga in caso di stato d’urgenza”, prevede infatti che “in caso di guerra o in caso di altro pericolo pubblico che minacci la vita della nazione, ogni Alta Parte contraente può adottare delle misure in deroga agli obblighi previsti dalla presente Convenzione, nella stretta misura in cui la situazione lo richieda e a condizione che tali misure non siano in conflitto con gli altri obblighi derivanti dal diritto internazionale”. Questo, come ha prontamente ricordato Erdogan, ha fatto la Francia dopo gli attentati di Parigi. Va da sé dunque che tale sospensione, per essere veramente legale, non deve comportare deroghe rispetto al diritto alla vita (art. 2 “salvo il caso di decesso causato da legittimi atti di guerra”), alla proibizione della tortura (art. 3), alla proibizione della schiavitù e del lavoro forzato (art. 4) e al rispetto dell’art. 7 (“Nessuno può essere condannato per una azione o una omissione che, al momento in cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o internazionale. Parimenti, non può essere inflitta una pena più grave di quella applicabile al momento in cui il reato è stato commesso”). Se si verificassero o si fossero già verificate violazioni in tal senso, va da sé che la difesa di Erdogan rispetto alla legittimità del provvedimento sarebbe assolutamente ingiustificata. La cosa resta comunque preoccupante, anche se applicata nei limiti della legge, in Turchia, così come in Francia o altrove.
  • Perché Erdogan ha tanto seguito?
    Iniziamo col dire che ce l’ha davvero. Chiunque viaggi in Turchia, fuori da alcune strettissime cerchie di Istanbul, si renderà conto che i suoi non sono milioni di figuranti pagati dal regime. Alle ultime elezioni c’è stato oltre l’87% di affluenza alle urne (in un Paese di quasi 75 milioni di abitanti) e il suo partito ha superato il 50%. Io su uno dei possibili motivi mi sono fatta un’idea. Avete vissuto mai in un Paese dove la moneta si svaluta ogni giorno? Dove le condizioni economiche sono così disastrose che il potere di acquisto del tuo stipendio ogni mese si riduce praticamente della metà? La Turchia negli anni ’90 era così. Io da turista, che arrivavo con i dollari, diventavo più ricca ogni giorno. I miei amici che avevano la borsa di studio del Ministero turco, stanziata l’anno precedente, il giorno dell’arrivo andavano a ritirare i soldi previsti per due mesi e ci facevano a stento una cena dal kebabbaro. I prezzi erano espressi in milioni. La situazione di oggi è assai diversa. Ieri un commentatore in tv ha detto: “”Scendono in piazza a difendere il loro benessere e non i loro diritti. E non se ne rendono conto”. Credo che sia assolutamente corretto. Ma temo anche che questo è quello che ormai avviene in tutto in mondo. Tutti ormai troviamo normale difendere il nostro bene privato anche a scapito del bene comune. E se poi il bene privato di molte migliaia di persone coincide, il gioco è fatto.
  • “… e non se ne rendono conto”
    Ecco, forse questa è la chiave. L’aspetto davvero preoccupante in Turchia, secondo me, molto più dell’islamizzazione vera o presunta, è la mancanza di libertà di pensiero, di opinione, di stampa. Una mancanza di libertà che si accompagna a un populismo davvero preoccupante, che fa sì che la censura sociale in molti contesti scatti anche prima di quella, pur efficientissima, dello Stato.

Tutto d’un fiato

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Se vado con il pensiero alla settimana scorsa, ancora ho negli occhi il blu più blu del mondo. “Cosa ti è piaciuto di più di Ventotene, Meryem?”. Anche lei ha risposto che le è piaciuto il blu, quel blu di un tuffo dalla barca fatto dove il fondo non si vedeva e l’ancora era inutile gettarla, tanto il mare era troppo profondo. Una settimana inattesa, di cui essere grati. Per certi versi, un soggiorno che mi ha permesso di vedermi con occhi diversi dal solito. Non è anche questo staccare la spina?

Sabato un’amica mi ha accusato di non sognare abbastanza. Io? E però forse è vero. Certamente i miei sogni, ultimamente, non mi soddisfano affatto. Mi pare che, anche quando mi pare di fantasticare oltre, finisco per tenere gli occhi bassi.

Dopo la vacanza, in rapida successione, sono successe molte cose, che mi hanno assorbito, distratto, amareggiato. Ma ogni tanto, anche ora che sono tornata in ufficio, quel blu in cui, di mio, non avrei avuto il coraggio di fermarmi mi torna in mente.

A volte c’è solo bisogno di una spintarella.

Per forza

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Oggi la mia bacheca di Facebook è piena di condivisioni che ricordano l’orrendo delitto di Fermo. Non ci sarebbe di per sé bisogno di aggiungere la mia alle molte voci autorevoli e efficaci che si stanno levando in queste ore. In primis quella di Michela Murgia: I cattivi maestri del fascista e razzista che ha ucciso Emmanuel Chidi Namdi e picchiato sua moglie Chinyery siedono in Senato: sono quelli che dieci mesi fa hanno negato l’autorizzazione a procedere contro Calderoli quando diede dell’orango a Cecile Kyenge. Era critica politica, affermarono, mica razzismo, e lo dissero senza distinzione di partito, compresi 81 senatori del PD e 3 di Sel che oggi si dichiareranno certamente sconvolti e turbati davanti a tutti i microfoni dei media. Questo succede a pensare che le parole non abbiano conseguenze. Ipocriti. C’è chi obietta che in questo caso dare del “fascista” all’assassino è nobilitarlo troppo. Non lo so. Una cosa è certa: quella persona si sentiva certamente in diritto di dare della scimmia a una donna nigeriana in pubblico e di reagire picchiando a morte lei e il marito per il solo fatto che si ribellavano a un’umiliazione che per molti è dovuta, scontata, necessaria. Il minimo che “questi” si meritano.

Ricordo benissimo che quando Cécile Kyenge venne in visita al Centro Astalli, anni fa, anche la nostra pagina Facebook fu invasa di commenti assurdi sotto le foto che pubblicammo. In una, che ritraeva tre rifugiati africani con un telefono in mano, qualcuno scrisse: “Adesso anche le scimmie hanno il telefono?”. Segnalai a Facebook il commento, palesemente offensivo e lesivo della dignità di quegli uomini (no, non era critica politica, in quel caso: la Ministra non compariva in quello scatto). Mi venne risposto che non costituiva violazione. Insomma, anche Facebook conveniva che chiamare scimmie i rifugiati africani è lecito. Normale.

Un’altra cosa vorrei aggiungere. E’ vero, la storia di questa coppia (come quella della maggior parte dei rifugiati) è una tragedia e un romanzo insieme. Ma non vorrei che tutta questa insistenza sul fatto che questi due giovani erano fuggiti dalle persecuzioni degli estremisti islamici spostasse l’attenzione dal fatto che la loro religione, la loro condizione di rifugiati, la loro tragica vicenda di genitori di bambini uccisi dalla violenza, in effetti non abbia nulla a che fare con il motivo per cui sono stati aggrediti prima verbalmente e poi fisicamente. E’ successo perché erano neri, ci piaccia o no. Perché, si difende l’aggressore, davano l’impressione di stare rubando una macchina, visto che i neri – si sa – sono ladri. E allora non scomodiamo la fatica dei territori rispetto ai flussi migratori. Questo sì che è nobilitare di motivazione un gesto che è solo becero razzismo e becera ignoranza.

Questo è un delitto, particolarmente efferato. Ma tanti altri atti di violenza, di offesa e di pubblica umiliazione sono sdoganati come normali. Il 24 giugno un giovane richiedente asilo sviene in piazza, a Tradate (Varese): un calo di zuccheri o forse disidratazione per il digiuno di Ramadan. I vigili urbani (!) e i passanti non solo non lo soccorrono, ma lo coprono di insulti, immaginando che sia ubriaco (racconto qui). Non più tardi di ieri a Albano Laziale degli esponenti politici locali esprimevano indignazione per un’ “adunanza islamica” inopportuna visto l’uccisione dei nostri connazionali in Bangladesh. Un gruppo abbastanza modesto di persone che pregava e celebrava in piazza in occasione di Eid al Fitr, massima solennità islamica per cui anche il Presidente Mattarella ha ritenuto opportuno formulare i suoi auguri ai musulmani italiani e residenti in Italia. Il comunicato sarebbe comico se non fosse tragico (leggetelo pure qui, seguirà sabato un flash mob). Sarebbe come dire che è intollerabile che, dopo tutte queste denunce per pedofilia, la gente non si vergogni di celebrare la Pasqua o il Natale sotto gli occhi di tutti. Almeno una delle persone che promuovono con entusiasmo il flash mob di cui sopra, peraltro, condivide l’indignazione per l’uccisione di Emmanuel. Mi chiedo perché, ma temo di non avere voglia di chiederglielo.

Un’ultima cosa vorrei aggiungere a un post fin troppo verboso. E’ assolutamente vero che l’Italia è piena di iniziative meravigliose di accoglienza, integrazione, empatia, creatività e cultura civica nel senso più alto del termine. In questi giorni sto lavorando a questa mappa e credo davvero che come italiani dobbiamo esserne fieri.  Ma è anche vero che ogni tanto anche chi ci crede, anche chi si impone di guardare oltre, si sente stanco, solo e sopraffatto dall’amarezza. Mi hanno colpito le parole di Saverio Tommasi:

Non è stato solo l’ultrà ad uccidere Emmanuel. Lo hanno ucciso anche tutti quelli che riversano sugli ultimi le colpe degli insuccessi delle loro vite, seminando un clima di odio al grido di “non possiamo ospitarli tutti”.
Hanno ucciso Emmanuel quelli che dicono “aiutiamoli a casa loro” e poi votano per diminuire i fondi alla cooperazione internazionale.
Hanno ucciso Emmanuel quelli che vorrebbero togliere il wi fi (tra l’altro gratuito), ai richiedenti asilo, l’unico strumento con cui possono chiedere alla mamma “come stai” e dire al papà “sì, sono ancora vivo”.
Hanno ucciso Emmanuel quelli che vorrebbero far mangiare ai rifugiati la merda scaduta di certe mense “perché già che gli accogliamo vogliono anche decidere il menù?”
Hanno ucciso Emmanuel quelli che se vedono una foto di un bambino su un barcone dicono “perché pubblicate solo le foto dei bambini?”
Hanno ucciso Emmanuel quelli che se vedono una foto di un uomo dicono “hai visto che sui barconi arrivano solo uomini?”
Hanno ucciso Emmanuel quelli che se vedono una foto di una donna incinta su un barcone dicono “vengono qui a partorire, gliel’ha detto la Boldrini”. E poi le commentano tette e culo.
Hanno ucciso Emmanuel quelli che dicono “ma degli italiani in difficoltà non vi interessa?” E poi non fanno niente per gli italiani e tentano di affogare quelli non italiani.
Hanno ucciso Emmanuel quelli che dicono “gli stranieri vengono qui a rubarci il lavoro”, o se l’immigrato è disoccupato dicono “visto? gli stranieri vengono qui e non vogliono neanche lavorare”.
Hanno ucciso Emmanuel le frasi “io non sono razzista ma”.
Lo hanno ucciso le campagne per chiudere Mare Nostrum, la migliore operazione di salvataggio in mare che l’Italia abbia mai fatto.

Si potrebbe continuare, ma non serve. Io nel mio quotidiano non frequento ultrà, e anche pochi attivisti di Casa Pound. Ma le mie conversazioni quotidiane (e, sono convinta, anche le vostre) sono piene delle frasi di cui sopra. E sono frasi pesanti come macigni, specialmente quando vengono da amici e conoscenti.

P.S. Se siete convinti che una qualunque delle obiezioni riportate nella citazione qui sopra sia, almeno in parte, valida, fatemi il favore di non dirmelo. Tenetevi per voi le vostre argomentazioni. Almeno per oggi mi voglio permettere il lusso di non ascoltarle.

 

A suo tempo

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Mi capita, qualche volta, di incrociare di nuovo persone perse di vista da tempo. Mi è successo ieri, per lavoro. Una telefonata formale, ma un nome che abbinavo a un volto preciso. Non un mio amico direttamente, ma un amico del mio fidanzato dell’epoca. Una persona che mi aveva colpito. Rivisto quindi ieri, in una sala riunioni con affaccio sul Cupolone. Diverso il contesto, diversi i nostri rispettivi ruoli. Diversissime, evidentemente, le scelte che abbiamo fatto in questi anni, anche se per qualche tempo il percorso, almeno di studi, un po’ si somigliava.

La sua capa a un certo punto ha fatto un riferimento al mio curriculum. La cosa mi ha un po’ spiazzato. Forse voleva solo farmi vedere che prima della riunione lei o uno dei suoi collaboratori si era preso il disturbo di guardare chi fossi. Magari neanche l’aveva fatto davvero, chissà. Ma in un discorso in cui i collaboratori suddetti erano stati presentati sulla base della loro capacità di “attirare fatturato” il riferimento mi ha fatto impressione. “Un curriculum che parla da solo”, ha detto più o meno quella donna elegante. “Eppure…”, non sono riuscita a trattenermi dal rispondere io con un sorriso. Chissà se ha capito cosa intendevo. Chissà se io ho realizzato davvero pienamente cosa intendevo con quella risposta. Certo l’ho realizzato mezz’ora dopo, uscendo da quella sala riunioni. Non era rimpianto il mio, sebbene per forza me lo sia dovuta chiedere. Tante cose certamente avrei potuto scegliere meglio, nella mia vita lavorativa. Ma in tutta onestà, qualunque svolta io avessi potuto prendere nella mia vita precedente, sono abbastanza certa che in nessun caso, alla fine, mi sarei trovata a sedere dall’altra parte del tavolo, in quella sala riunioni.

Più tardi sono andata alla presentazione di un libro, questo. Come ho già scritto su Facebook, è un libretto illuminante e necessario, una boccata di pensiero onesto e pulito. Una lettura che consiglio caldamente a tutti, ma in particolare a: noi che nel tema siamo impelagati fino al collo e oltre, politici, aspiranti cittadini pensanti, persone che vorrebbero tanto dirsi di sinistra ma non sanno più bene che significa, professori (specialmente di scuole superiori), giovani votanti e non votanti, persone convinte che dell’immigrazione si debbano occupare solo gli addetti ai lavori e i leghisti. Al di là di questa recensione per inciso, ieri sera partecipando a questo rito ormai desueto della presentazione di un libro da Feltrinelli mi tornava in mente la mattinata trascorsa. E mi rafforzavo nel pensiero che a un certo punto, in effetti solitamente abbastanza presto, si finisce per scegliere da che parte stare, magari non del tutto consapevolmente. Mi ha colpito leggere che per Filippo Miraglia questo momento sia legato al fastidio nel vedere il diverso trattamento che in famiglia aveva sua sorella che, in quanto femmina, “aveva tutti gli occhi addosso”. E per me, mi sono chiesta in autobus tornando, quando è stato questo momento? Non saprei dirlo. Certo incontrare i rifugiati mi ha cambiato molto, ma certamente qualche fondamento precedente c’era.

Uno dei relatori di ieri, Oliviero Forti di Caritas Italiana, scherzando ha detto che un altro libro si potrebbe scrivere sul motivo per cui i principali oppositori i Papa Francesco sono assolutamente convinti di essere pienamente cristiani e cattolici, magari più dello stesso Bergoglio. Questo mi ha fatto pensare al fatto che i miei genitori, abbastanza impliciti nella trasmissione di valori, una cosa mi hanno sempre passato come assolutamente fondante e imprescindibile nelle loro scelte: il Concilio Vaticano II. Alla fine forse questa è la corrente che più mi ha trascinato, in questi anni, a prescindere dalle formali appartenenze. Alcuni dei temi fondanti di quel Concilio li ho ritrovati, a suo tempo, nell’apostolato sociale dei gesuiti. Quei concetti formano il patrimonio intellettuale che più sento mio e più mi rappresenta.

Come andrò avanti? Sempre più spesso me lo chiedo. Però certamente ieri mi è stato chiaro che fino ad ora una direzione c’è stata, anche se non sempre mi è parso di sceglierla del tutto. Dove andrò da adesso in poi lo scoprirò a suo tempo.

Sui gruppi

49 Polesine

Quest’anno scolastico di Meryem, concluso brillantemente, è stato per me molto diverso dal precedente e mi ha portato, soprattutto nelle fasi finali, a qualche riflessione. I bambini crescono e i rapporti tra noi genitori finiscono per approfondirsi un minimo. E allora ho iniziato a notare un fenomeno curioso. Se da un lato di scelte relative all’allevamento dei pargoli si chiacchiera molto meno di prima (grazie a Dio, aggiungerei: di grandi dibattiti sui tormentoni della prima infanzia, dal pannolino al numero di parole conosciute, per tacere dell’allattamento e del cosleeping, direi che ne abbiamo tutti abbastanza), dall’altro le conseguenze delle scelte più propriamente educative e, in generale, dei valori che ispirano la quotidianità di genitori e famiglie, si fanno più evidenti.

Un punto mi brucia in particolare, perché per me – probabilmente anche per la configurazione della mia/nostra vita familiare – è assai rilevante. Io amo vedere mia figlia sviluppare una personalità propria, dei gusti suoi diversi dai miei, la incoraggio a fare le sue scelte (e assumersene le conseguenze, in modo proporzionato alla sua età). Ma ci capita abbastanza frequentemente di fare attività in gruppo, soprattutto gite ed escursioni che altrimenti, da sole, non faremmo. Il gruppo a cui ci aggreghiamo è molto diverso da noi, per età ed esigenze, e anche assai variegato al suo interno. Se c’è una cosa di cui sono davvero fiera è che – almeno finora – Meryem sembra aver pienamente recepito un paio di concetti chiave che sono la base della felice convivenza in queste situazioni.

  1. Quando si è in gruppo bisogna adattarsi, essere flessibili, ma soprattutto comprendere che le nostre esigenze personali, gusti, desideri devono necessariamente armonizzarsi con quelle degli altri. Questo non per “fare gregge” o annullare la nostra personalità nella massa anonima, ma semplicemente perché altrimenti qualunque attività abbiamo scelto di fare sarebbe resa impossibile dai guizzi di iniziativa dei singoli.
  2. Prendersi l’onere e la responsabilità di coordinare un gruppo, specie se numeroso, è comunque un compito ingrato, che merita rispetto e gratitudine. I direttori di gita sono più soggetti a errori e critiche degli altri, semplicemente perché si sono messi in gioco a servizio di tutti. Il mugugno e la rimostranza sono ovviamente ammessi, entro certi limiti, ma deve sempre prevalere uno spirito costruttivo e soprattutto la volontà di collaborare alla soluzione dei problemi che, inevitabilmente, si presenteranno. Criticare questo o quel dettaglio è facile, dalla comoda posizione di chi fruisce di un servizio. Ma neanche il genio dell’organizzazione può far funzionare un gruppo i cui componenti non decidano di concorrere alla buona riuscita dell’iniziativa, mettendo almeno a tratti da parte il proprio ego (vedi punto 1).

Dalla nostra posizione di famiglia “scomposta”, probabilmente io e Meryem siamo un po’ meno soggetto a quello che Bregantini (citando Alesina e Ichino) ha chiamato “familismo amorale” (ne parlavo qui): ““In fondo la mafia cos’è? Rispondere agli interessi della propria famiglia più che a quelli della comunità”. In questi ultimi mesi mi sono sempre più convinta dell’importanza di difendere quel confine scivoloso di cui parlavo già 5 anni fa: “Mio figlio, se non proprio io, certamente merita di passare avanti in una lista d’attesa di ospedale. Mio figlio, se non proprio io, ovviamente è moralmente giustificato se si avvale di una raccomandazione. E’ tanto un bravo ragazzo. E poi in questo schifo di Paese altrimenti nessuno si sarebbe potuto accorgere di quanto vale. I nostri figli diventano la misura, sballata, di tutte le cose. Qualunque piccolo o grande illecito o abuso che facciamo entrare nelle nostre vite, ci pare molto più accettabile o persino lodevole se fatto per i figli, per assicurare loro un futuro migliore”. Sono passata e passo molte volte per fessa e/o perdente, in questi anni. Ogni volta che faccio un passo indietro, ogni volta che rispetto una regola o una fila, ogni volta che ricordo a mia figlia di farlo anche lei, anche se ha nove anni. Sono profondamente convinta che lei sia meravigliosa e meriti il meglio, certo. Ma il meglio è saper vivere insieme. Il meglio è il bene comune.

P.S. Quella nella foto è Meryem con due amici escursionisti. Potrebbe sembrare una famiglia, ma è “solo” un gruppo.

Orizzonti e cultura

FP

Ho finito stamattina sull’autobus un libro che ci stava proprio bene con i miei pensieri degli ultimi giorni, questo. Una roba astrusa e inintelligibile, direte voi. Per nulla, vi rispondo io. Questo libro per me non è solo una cara memoria della passata passione accademica (l’autore, che me lo ha addirittura regalato – lasciate che me ne vanti – “con ammirazione e amicizia”, è praticamente l’incarnazione dello studioso che avrei voluto essere, se avessi avuto il talento e l’opportunità), ma è soprattutto una chiave di lettura per l’attualità. Cerco di spiegarvi perché.

Questa raccolta di studi non parla di oggetti, di lettere, di grammatiche, di fiumi o di montagne (come pure potrebbe parere a prima vista): parla di persone o, più precisamente, di persone che si incontrano, si parlano, si raccontano, spiegano e insegnano cose da decine e decine di secoli. Una parte di quelle persone, quelle che vivono ai nostri giorni, sono citate dall’autore, spesso in nota: “La Sig.ra Semra Karabulut, di Torino, mi ha gentilmente comunicato che un buon keşkül ha come ingredienti….”, “Ringrazio Rainer Voigt, di Berlino, per avermi suggerito questa seconda ipotesi”; “Sono grato al giornalista moscovita Jurij Vjaceslavovic Klicenko (Klitsenko) per avermi segnalato la figura e l’opera di M.B. Satilov”; “Apprendo dal mio informante Ayad Al ‘Abbar che beygan è anche un vocabolo dialettale iracheno…”. Ma ovviamente la maggior parte degli incontri che il libro comunica sono avvenuti nel corso di un tempo lungo, attraverso crocevia di ogni sorta: città, biblioteche, strade di montagna, porti, locande, monasteri, università, piazze di villaggi.

Azerbagiàn persiano, Antiochia, Rodi, Malta, Gibilterra: “è questo l’asse della strada maestra su cui da sempre, almeno dall’inizio del neolitico, si sono rincorse da est a ovest e a ritroso, per poi diffondersi a nord e a sud, tutte le nuove acquisizioni dell’ingegno umano, dalla tecniche per assicurarsi la sopravvivenza, alle idee e ai modelli per garantire una convivenza più civile e socialmente allargata”. Accostate queste parole a quelle dell’Amaca di Michele Serra di ieri: ” Noi che siamo, ci piaccia o no, la modernità, abbiamo l’urgenza di far sapere agli imam, anche a quelli amichevoli e civili, che non è sulla base del timor di Dio, ma su quella del rispetto degli uomini che non uccidiamo”. Non entro nel merito della tesi di Serra, ma una cosa è certa: lui quando guarda fuori dall’Europa non vede le stesse cose che vede Pennacchietti. Ma non solo perché con ogni probabilità conosce meno di lui la prospettiva storica antica. Non solo perché quasi certamente parla e legge meno lingue di lui. Ma soprattutto perché in fondo è convinto, secondo me, che fuori dalla “nostra” cultura (nostra di chi, esattamente? europea? occidentale, qualunque cosa ciò voglia dire? laica, qualunque cosa ciò voglia dire?) non ci sia nulla che valga davvero la pena di conoscere, nulla di più di qualche curioso esotismo. Nulla che costituisca davvero un tassello di cultura, nulla che possa contribuire a definire un modello di convivenza civile.

Se ci si pensa bene, questo punto di vista è il primo presupposto per sostenere che il nostro continente o la nostra nazione bastano a se stesse, almeno dal punto di vista ideale/intellettuale. La migrazione si tollera (quando si tollera) per ragioni demografiche, economiche, per carità cristiana o per principio ideale. Ma in fondo l’assunto è che chi arriva nulla ci possa insegnare, nulla aggiunga alla “nostra modernità”. Che venendo qui sia lui (o lei) ad avere tutto da guadagnare, almeno da quel punto di vista. Ecco, io penso che il cuore della nostra povertà culturale consista precisamente in questo. Chiamiamolo colonialismo, chiamiamolo provincialismo. Chiamiamola, semplicemente, ignoranza collettiva. Una cosa è certa: chi non ne è colpito, riesce a stringere relazioni umane più significative. E di solito non si sente superiore per principio, per nascita, per lingua, per religione, per colore di pelle o per qualunque altra caratteristica rispetto a un altro essere umano, specialmente se non gli ha mai rivolto la parola.

Al mio futuro sindaco

Porta Maggiore

Caro futuro sindaco di Roma, ti scrivo deliberatamente oggi, senza avere ancora la certezza della tua identità (anche se è probabile che tu sia una donna), proprio per sottolineare che quello che vorrei dirti te lo direi a prescindere da chi sei. Ieri tornavo in taxi a casa con mia figlia Meryem, che tra qualche giorno compie 9 anni. Avevamo ancora gli occhi pieni dello splendore del mare del Cilento e il cuore traboccante della gioia del viaggio, che ci accomuna. Passavamo accanto a Teatro Marcello e mi sono sentita di dirle che siamo incredibilmente fortunate, che viviamo in una città straordinaria. Che nessun viaggio sarebbe tale se non avessimo un posto da chiamare casa e che per noi questo posto è una città che trabocca ricchezza, culture, incontri e meraviglie di ogni genere. Una città che con tutti i suoi limiti e le sue ferite accoglie da secoli moltitudini di persone, di storie, di dolori. Una città che merita tutto il nostro rispetto.

Per questo siamo passate al seggio, prima di rientrare a casa. Come ci ha detto il ragazzo della pizzeria al taglio, non ci dobbiamo permettere di disprezzare la possibilità di votare, per cui tanti hanno lottato e dato la vita. A Roma ogni angolo permette di fare memoria: la costituzione della Repubblica Romana sul Gianicolo, le pietre di inciampo davanti alle case dei nostri quartieri, Forte Bravetta. Si potrebbe continuare. Ma più delle pietre, contano le persone e quello che danno, ogni giorno.

Per questo, futuro sindaco, mi sento di raccomandare una sola cosa, dal mio modesto punto di vista: non essere arrogante. Cerca di sentire, al di là degli slogan e dei mugugni di chi sgomita per essere notato, la voce più sommessa dei tanti che ogni giorno fanno con coscienza e onestà il loro lavoro, ma non dimenticano mai di essere solidali con chi è in difficoltà. Ne ho incontrati tanti in questi anni: tassisti, autisti dell’autobus, insegnanti, infermieri, negozianti, pensionati.  Sono loro la vera risorsa di Roma, che la rendono ancora una città aperta e resistente. Una città che riesce ad essere plurale e che una soluzione finora l’ha sempre trovata, nonostante tutto. Sii generoso, sindaco. Ma soprattutto, sii modesto e serio, almeno quanto quelle persone.

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