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Con le mani

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Meryem quest’anno con me ha fatto esperienza di diverse forme di viaggio, gita, escursione. In gruppo, con il padre o solo noi due.

Una di queste esperienze però l’ha fatta da sola, anche se io la seguivo a pochi passi. Una passeggiata in un giardino, che non ha visto ma solo intuito. Il bel video realizzato dai soliti Artigiani Digitali (stavolta lanciati nell’impresa non da poco di realizzare un filmato che potesse essere fruito anche senza vederlo) la racconta bene. Vedrete spesso lei, in un paio di fotogrammi anche me (assai meno decorativa, diciamocelo).

L’altra sera siamo andate insieme alla festa dell’istituto S. Alessio, dove abbiamo assistito alla proiezione in anteprima e anche assistito alle notevoli performance musicali, teatrali e in generale di intrattenimento offerte da persone che sulla vista non possono contare, ma non per questo hanno meno voglia di essere protagoniste. Con evidente successo, peraltro.

Chi ha paura del buio? recita la canzone dello Zecchino d’Oro di cui abbiamo conosciuto l’autore, Giovanni Paolo Fontana. Noi no, o almeno noi molto meno di prima. Certamente abbiamo avuto modo di riflettere sul concetto di fiducia e sulla coltivazione sapiente dei sensi. Mi ha fatto piacere notare che Meryem non fosse del tutto nuova a simili esperimenti: a scuola hanno fatto qualche esercizio anche pratico sulla diversità e lei era assai meno disorientata di me.

Io mi sono dovuta confrontare di colpo con la sensazione di avere di fatto messo mia figlia in mano ad altri senza averli mai visti prima (e senza poterli peraltro vedere neanche durante…). Mi credevo una madre più sportiva, ecco. Probabilmente avevo sottovalutato l’importanza del poterla “tenere d’occhio”, sia pure a distanza. Sono stata comunque molto fiera di lei, e contenta di questo viaggio fuori dal comune che abbiamo avuto occasione di fare, una dopo l’altra.

 

Si comincia da Istanbul

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Questa era facile. La città per eccellenza, a parte Roma, è Istanbul. Sette colli, Corno d’Oro, Bosforo e skyline mozzafiato. Una metropoli vera, e non da ieri. Ci sono stata tre volte, finora, in momenti molto diversi della mia vita. L’ho sognata, prima e dopo, infinite volte. L’ho letta e ascoltata nei racconti di persone di tutte le epoche, inclusa la mia.

Ho le mie immagini di Istanbul, ma non vedo l’ora che anche Meryem cominci a costruirsi le sue. Intanto ve ne regalo qualcuna.

La voce di Sesen Aksu nella fortezza di Rumeli, sul Bosforo, una sera d’agosto.

L’anastasis di Kariye: contemplarla, una mattina di Pasqua, è stata un’esperienza più religiosa di tante liturgie più canoniche.

La patata arrosto ripiena delle bancarelle di Ortakoy. Ora so che si chiama kumpir, all’epoca la chiamavo in un altro modo.

Il Pera Palace, l’hotel di tante celebrità, ma soprattutto di Agatha Christie, il mio idolo.

I lampadari tondi e bassi delle moschee, la luce che filtra e disegna arabeschi ulteriori sui tappeti, i momenti di silenzio trascorsi seduta a gambe incrociate, con il fiato sospeso.

I gabbiani di Istanbul quando ancora non erano così tanti a Roma.

Una traversata del Bosforo di notte, fuori dai percorsi del turista, di ritorno da una casa specialissima.

Istanbul della mia fantasia è femmina. Si incarna in tre donne forti, tre straniere: RoxelanaGrazia Nasi (che per me ormai ha la voce di Evelina Meghnagi) e la già nominata Agatha Christie. Tre donne fuori dagli schemi, che sono state capaci di rialzarsi una o più volte, dopo che il destino le aveva gettate a terra.

Per questo, anche per questo, il mio viaggio con Meryem partirà da qui.

Non sarò mai una travel blogger…

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… ma nell’anima sarei una viaggiatrice. Il condizionale è d’obbligo, visto che limiti economici e di tempo mi hanno reso molto più stanziale di come mi piacerebbe vedermi. Ma sarà il segno zodiacale (ah, l’eterna irrequietezza dei sagittari…), sarà più banalmente la paura di annoiarmi, le vacanze stanziali della mia infanzia (un mese fissi in un posto, così ci riposiamo) non sono mai state il mio ideale.

“Ma lo fate il friendsurfing quest’anno?”, mi chiede qualcuno. No, quest’anno la vacanza itinerante estrema, da un’ospitalità all’altra, non la faremo. Non è capitato. Forse non ho avuto la giusta ispirazione, forse non era destino. Forse piuttosto dovevo essere libera da programmi per cogliere l’occasione che mi si è presentata, del tutto casualmente, una sera di qualche settimana fa. Due amiche che mi chiedono qualche consiglio su un viaggio che vorrebbero organizzare.

No, un momento. Non un viaggio. IL viaggio. Quello che sogno, pianifico e progetto da una lontana primavera del secolo scorso. Un viaggio che ho iniziato a accarezzare con la mente durante le lezioni universitarie. Che sono stata sul punto di fare almeno tre volte e poi no, non se ne è fatto niente. Che mi ero rassegnata a non fare più, o certamente a non fare presto. Nel giro di poche ore sono arrivata a una consapevolezza precisa: quel viaggio voglio farlo ora e voglio farlo con Meryem.

E, già che ci siamo…

Già che ci siamo, iniziamo a organizzare una settimana di esporazione della Città.  Quella dove, con ogni probabilità, ho vissuto in una vita precedente. Perché io, ve l’ho detto tante volte, sono metropolitana nell’animo e non solo dal 1972, ma probabilmente da assai prima. Una settimana con mia figlia e con almeno due (ma spero ancora che diventino tre) dei miei amici, GLI amici per eccellenza. Ve lo racconterò con calma dove andremo e che faremo. Ma comincio a rivelarvi che per me, queste vacanze, vogliono essere una riconciliazione.

Non so ancora come questo si realizzerà nella realtà dei fatti, ma voglio fare un consapevole tentativo di prendere il meglio del mio passato e rituffarmici dentro, insieme a Meryem, per travasarne la bellezza nel nostro futuro. “Ma a lei non ci pensi?”, mi ha detto qualcuno quando ha sentito parlare del mio programma. Ci penso eccome. Magari sbaglio, ma credo che io come madre e lei come figlia siamo pronte a questa avventura. Poi forse lei la ricorderà come l’estate più noiosa della sua vita. Ma io mi sento che il momento, nonostante le apparenze, è questo. E allora, andiamo. Tra una manciata di ore faccio i biglietti e tutto inizierà a diventare reale.

Roma non è per tutti

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La settimana scorsa mi sono trovata su un taxi, attraverso la città infuocata dall’afa. Solitamente giro con i mezzi, ma ci sono delle zone della città che si fanno un punto d’onore del fatto di essere pressoché inarrivabili dal cittadino comune non dotato di macchina. Il principio del ponte levatoio, insomma. “Tre sono le zone dove non abiterei manco se mi regalassero la casa: Vigna Stelluti, Collina Fleming e Parioli”, sintetizza il tassista, evidentemente schierato con Roma Sud nell’eterno scontro geografico che permea la Capitale. “Ma piuttosto Tor Tre Teste!”, azzarda persino, imbaldanzito dalla mia approvazione.

Si parlava, durante la nostra trasferta lampo in Olanda e Germania, di qualità della vita. Beh, immagino che parlare di qualità della vita qui, secondo i parametri comunemente adottati, possa suonare come sparare sulla Croce Rossa. Ma che vi devo dire, a me Roma calza come un guanto (da un certo punto di vista). Smadonno, impreco, sbuffo. Ma poi le perdono tutto. Come quei parenti o amici che sono oggettivamente impossibili e insopportabili, che tu stesso non riesci razionalmente a giustificare perché ancora non li hai espulsi dalla tua vita, che ti fanno fare figure barbine con gli altri perché il loro comportamento è oggettivamente ingiustificabile. Ma poi non solo li giustifichi, in qualche modo, ma li ami pure.

Certo, con il tempo magari affini strategie più o meno ingegnose per arginarli, per parare i colpi, per prevenire le catastrofi più serie nel relazionarti con loro. Roma è esattamente così. Il visitatore esterno se lo mangia in un boccone. Può arrivare persino a privarlo di qualunque barlume di piacevolezza, per non dire di fascino. Per relazionarsi con Roma e uscirne vivi, bisogna essere innamorati. Non necessariamente romani, anzi. Ma innamorati sì.

Allora non mi chiedete di essere razionale quando parlo di questa città. Roma non si misura, non si valuta (anche se si potrebbe e si dovrebbe pure, ovviamente). Dentro Roma ci si tuffa ogni giorno. Nel suo naturale flusso di storytelling perpetuo. Nella sua inaspettata capacità di abbracciarti e di capirti (ammesso che, come è giusto tra amici, si lascino i giudizi fuori dalla porta).

Roma è una città europea? Non direi. Roma può essere solo, nel bene e nel male, patrimonio dell’umanità.

Ciao, fondi Solid!

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Giugno, mese di eroiche prestazioni ai limiti del sovrumano, si è chiuso ieri. L’anno scorso mi ripromettevo, se ne fossi uscita viva, di regalarmi la targa di eroe dei nostri tempi. Quest’anno la targa l’ho anche avuta (non proprio personale, dài: è quella di questo progetto, ma per impatto e importanza sulla mia vita lavorativa e quotidiana in genere fa lo stesso). Oggi, primo luglio, mi guardo incredula e mi dico che:

a) sono viva

b) non mi pare esattamente l’inizio di un periodo tranquillo.

Del resto, si sa, se non ho troppe cose in testa e per le mani mi annoio. E quando mi annoio, le conseguenze sono pessime. Lunedì scorso (a Roma era festa) mi sono ridotta a tentare di montare un ghepardo in carta regalato a Meryem per il compleanno. Le istruzioni promettevano che si trattava di operazione facilissima, che non richiedeva né forbici né colla. Alla trentesima volta che la maledetta zampa anteriore sinistra, piegata più volte in fogge diverse e evidentemente nessuna corrispondente alla laconica freccetta rossa del disegnino, si è staccata dal fragile tronco deforme del potenziale animale, ho lanciato tutti i componenti ai quattro angoli della stanza, chiarendo cosa pensassi dei sofisticati progettisti francesi che avevano ideato l’oggetto. Che poi, uno cosa se ne dovrebbe fare di un ghepardo di carta fragile come una bolla di sapone? Loro allegavano un filo per appenderlo al soffitto. Avrei dovuto capire tutto da quel particolare.

Ma sto divagando. Quello che volevo celebrare in questo post è la fine ufficiale dei fondi Solid, i FER e i FEI che hanno segnato la mia vita professionale negli ultimi… parecchi anni. Abbiamo ancora parecchie scartoffie da smaltire, ma un’era si è chiusa, con ieri. Non voglio qui commentare su quanto nuova/migliore possa essere l’era che si aprirà nei prossimi mesi, rispetto ai finanziamenti europei in materia di migrazioni. Sarebbe un ragionamento molto poco estivo e anche un po’ amaro. Solo piacevolezza, oggi.

Qui, in questo blog in cui la mia me lavorativa sgomita sempre più prepotentemente per uscire, voglio ricordare solo la crescita di questi anni di duro lavoro. Dalla prima volta in cui tentai, invano, di compilare una application per il FEI, sono arrivata ad oggi, in cui bene o male sono stata in grado non solo di framene finanziare, ma anche di coordinarne uno tutto mio. E’ un pezzo importante di quello che ho imparato in 15 anni di lavoro qui. Non era l’aspetto che mi attraesse di più, né quello che mi è più congeniale. Eppure l’ho imparato e ne ho persino, a tratti, apprezzato la bellezza.

Oggi mi voglio dire brava da sola per questo. Non è stato facile, per una persona orgogliosa come me, accettare il fatto che ho fatto, faccio e farò un sacco di errori. Che non sarò la migliore progettista sulla piazza, né la migliore coordinatrice di progetto. Ma è qualcosa che oggi so fare in modo accettabile e solo io so quanto mi sia costato. Quindi mi dico brava.

Però devo dire anche una marea di grazie, troppi per scriverli tutti qui. Concedetemene solo due. A Berardino (Guarino), per la pazienza e la tenacia con cui mi forma e mi sopporta (in tante occasioni assai superiori alle mie). E a Le Quyen: ancora oggi non riesco a immaginare fino in fondo un progetto europeo senza di lei.

Niente di personale

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Ieri, nel bel mezzo di una conversazione di lavoro con lo staff di un progetto europeo (si parlava di politiche europeee in materia di migrazione e asilo, tanto per fare una cosa nuova), mi sono guardata per un attimo dall’esterno. Era un contesto in cui, in linea del tutto teorica, si stava esprimendo la mia parte professionale. Niente di personale, dunque. Giusto un paio di giorni prima, a un convegno universitario, mi ero subita l’esposizione di una notoria querelle antropologica sul distacco/coinvolgimento dell’osservatore/ricercatore (in gergo: il pippone metodologico) che, con poche varianti, mi accompagna costantemente dai tempi in cui in gioventù mi appassionavo delle vicende di Rib-Adda e di altri oscuri personaggi levantini del secondo millennio a.C.

Eppure quello che stavo dicendo, in un inglese che malamente faceva da schermo alla mia indignazione, lo sentivo assolutamente personale almeno da quattro punti di vista:

– come cittadina italiana, perché vedo disattesa e calpestata una costituzione bellissima e alta, frutto del lavoro e dell’esperienza di molti (“Una cattiva politica è sempre figlia di una cattiva cultura”, diceva l’altro giorno Stefano Rodotà in Gregoriana);

– come europea, perché mi sembra che  questa piccineria meschina mi rubi il sogno di un’Europa casa comune e offenda nel profondo le istanze di libertà e giustizia sociale che l’hanno percorsa nel passato lontano e recente;

– come madre, perché i valori di chi governa il mondo sono sempre più in contrasto con i valori che cerco ogni giorno di insegnare a mia figlia;

– come donna e come persona, perché ad oggi, se dovessi scegliere un Paese del mondo dove migrare (ci pensavamo per scherzo ieri con un amico) fatico a pensarne uno che non si stia macchiando di delitti gravi contro l’umanità. La qualità della vita riservata a un club esclusivo di persone scelte ai danni di altri uomini, donne, bambini è qualcosa che dovremmo far più fatica ad accettare, oggi che le dirette conseguenze di alcune scelte economiche e politiche sono sotto i nostri occhi tutti i giorni, in ogni momento.

Quindi, mi scuseranno i colleghi più professionali di me, la prendo sul personale, sempre.

(La vignetta è, come è ormai tradizione, di Mauro Biani)

Non dispero

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Improvvisamente mi trovo a vivere in un Paese che discute animatamente di rifugiati. Quello stesso Paese che ignorava felicemente e compattamente tutte le questioni di cui vi parlo da un po’ di anni: il Regolamento di Dublino, il fotosegnalamento, Eurodac e compagnia bella. Non fraintendetemi, non dico che adesso queste cose siano conosciute e comprese. Però se ne parla un sacco. Anche in televisione.

Che bello, direte voi. Insomma, vi dico io. Improvvisamente capisco pienamente la frustrazione dei nutrizionisti veri davanti agli articoli intitolati “10 trucchi per affrontare la prova costume”. Degli archeologi universalmente rappresentati, agli occhi del pubblico, da Indiana Jones. Se mi mettessi ad elencare l’intero catalogo di fesserie, imprecisioni, assurdità e semplici falsità che vengono sciorinate ogni dove, nonché amplificate e commentate sui social, questo post non arriverebbe mai a conclusione.

Non vi nascondo che ogni tanto mi assale lo sconforto. Ma, ne sono convinta, questa tenace e assidua ondiata mediatica di allarme, terrore e considerazioni orrende può e deve essere contrastata, almeno nel nostro piccolo. In questi anni, qui sul blog e sui social, ho provato a condividere i miei pensieri e la mia esperienza. E qualcosa oggi, in questi momenti difficili, torna. Un’amica che suggerisce ai suoi colleghi una donazione; un’altra che mi racconta dell’incontro con un giovane rifugiato eritreo, a casa di amici; un’altra che, di passaggio a Roma, stasera viene al convegno del Centro Astalli. L’altro giorno la mia amica Natalia mi ha parlato dell’impegno di un gruppo scout che lei conosce bene a sostegno dei rifugiati in transitano a Roma. Mi sono incuriosita e le ho chiesto di mettermi in contatto con Marco, il capo scout con cui collabora.

Ecco qui, dunque, una testimonianza a due voci. Di Marco, capo scout, e di Natalia Cattelani, che conoscete come cuoca e foodblogger, ma qui nelle vesti di mamma e soprattutto della splendida persona che è. Grazie a tutti e due.

Faccio una premessa: l’associazione scout di cui fa parte il nostro gruppo è la FSE-Federazione Scout d’Europa, a cui aderiscono più di 19.000 soci in Italia. 

Ogni gruppo viene gestito da una comunità di capi, e l’insieme dei gruppi di una stessa zona forma un distretto, gestito a sua volta da un responsabile (chiamato in gergo “commissario”): nel nostro caso si tratta di Andrea Stabile per il distretto Roma Est. Andrea ha ricevuto più di un mese fa una prima richiesta di aiuto, da parte di uno dei capi dell’associazione, per dare una mano con la preparazione e distribuzione viveri per l’emergenza a Ponte Mammolo [Ponte Mammolo, nei pressi della fermata della metro B, era una baraccopoli dove da anni risiedeva un gruppo di rifugiati eritrei: negli ultimi tempi l’insediamento si era assai allargato a causa dell’arrivo di profughi in transito, diretti verso il nord Europa].
Subito Andrea ha coinvolto noi singoli capi dei vari gruppi del distretto per garantire la presenza di un gruppo di almeno 5-6 persone ogni domenica di maggio e giugno. La risposta è stata ovviamente scontata, tenendo fede al nostro motto “sempre pronti!” :) Andrea è in contatto anche adesso con don Marco Fibbi, parroco di San Romano, che coordina questo tipo di servizio e si stanno dando un gran da fare spendendo tempo ed energie per una gestione attenta e pronta a soddisfare le richieste.

Come dicevo, la prima esperienza per i capi del mio gruppo (e quindi anche per me) è stata a metà maggio, mentre altri capi del distretto avevano già distribuito nelle domeniche precedenti. Se fino a pochi giorni prima si parlava di dover preparare panini e 1 pasto cucinato per un massimo di 150-200 persone: venerdi sera le comunicazioni di don Marco erano abbastanza preoccupanti: a Ponte Mammolo infatti erano già arrivate almeno 400 persone (si sarebbero poi rivelate molte di più la domenica sera per il servizio).

Abbiamo inizialmente coinvolto solo i capi maggiorenni e qualche genitore disponibile a darci una mano nella preparazione di 400 panini. Durante il pomeriggio di domenica è partita la preparazione del cous cous, circa 15-20 kg. Abbiamo conosciuto di persona don Marco che ci ha prospettato una situazione difficile. Non sapevamo ancora cosa avremmo trovato nel parcheggio di ponte mammolo e ovviamente in queste situazioni la voglia di servire si scontra con la paura di non essere preparati alla gestione di una situazione umanitaria così sconvolgente. Ma, come recita uno degli articoli della nostra legge, “lo scout sorride e canta anche nelle difficoltà”, e dunque abbiamo caricato tutto in macchina, compresi circa 100 lt di latte offerti dalla caritas della nostra parrocchia e siamo partiti.

La visione di tutte queste persone ammassate nel parcheggio e nella baraccopoli (che sarebbe stata abbattuta il giorno successivo dalle ruspe) ci ha sicuramente colpito emotivamente, ma allo stesso tempo ci ha caricato: le persone si sono messe educatamente in fila. La paura più grossa era il timore che avremmo potuto finire il cibo prima che tutti e 500 o 600 avessero potuto mangiare: temevamo più che altro di deluderli, di leggere il disappunto nei loro occhi.

Invece tutti questi pregiudizi sono scomparsi vedendo i sorrisi, i ringraziamenti, e in particolare vedendo i ragazzi chiederci buste dell’immondizia per girare e pulire il parcheggio dai piatti e bicchieri di plastica.

Le domeniche successive Ponte Mammolo era tornata nella “normalità”: erano presenti meno di cento persone e la distribuzione da parte di altri capi è stata più tranquilla.

Poi è stata la volta del parcheggio Stazione Tiburtina, la domenica prima del nuovo sgombero da parte delle forze di polizia. Se a Ponte Mammolo la situazione sembrava isolata, per la particolare posizione del parcheggio, qui ci trovavamo in zone normalmente di passaggio. Parlando con uno dei capi più giovani, qualche giorno dopo, ho potuto constatare come il pessimo giornalismo contribuisca ad aumentare i pregiudizi. Nascono facilmente nelle loro menti associazioni del tipo: “Ma se se la passano così male perchè hanno i cellulari”, o “Che gli ci vuole a rubare una macchina”, senza che ci si renda pienamente conto dell’assurdità di certe affermazioni. Ma dopo, attraverso l’esperienza diretta, hanno capito che si trattava di pensieri infondati.

Dopo lo sgombero, la situazione profughi è balzata all’onore delle cronache e la gestione della distribuzione viveri è passata alla CRI, come ci aveva avvisato don Marco. Con Andrea abbiamo così cambiato strategia, invitando i capi e le famiglie a portare viveri già cucinati presso le sedi del nostro gruppo. La risposta è stata molto positiva e tante famiglie hanno contribuito cucinando riso e cous cous da destinare al centro Baobab e alla tendopoli da poco installata dietro la Stazione Tiburtina (via delle Cave di pietralata).

Nel corso delle settimante le poche notizie che arrivavano dai mezzi di comunicazione raccontavano solamente sgomberi e suggerivano che “il problema” era stato risolto, senza precisare che invece i profughi si trovavano principalmente al Baobab. Molte famiglie erano preoccupate della situazione e ci chiedevano continuamente se ancora servisse preparare cibo perchè dai TG sembrava tutto risolto. Ma non è affatto così, come ho potuto constatare di persona domenica scorsa al Centro Baobab.

Uno dei genitori che ha cucinato cuscus alle verdure per i rifugiati di via Cupa è Natalia, che commenta così questa esperienza.

I miei genitori mi hanno sempre insegnato a vivere da buona cristiana anche per gli altri , ad avere quell’attenzione in più verso “un prossimo” che poteva anche essere uno sconosciuto ma anche far parte della famiglia, il prossimo era chiunque avesse avuto bisogno di qualcosa .
Da grande questo aiuto l’ho trasformato in qualcosa di concreto per conciliare anche i miei impegni di mamma e di lavoratrice: ho cercato di donare quello che mi veniva di fare meglio , in modo più spontaneo e anche , lo ammetto, con il dispendio di poche energie. Non sono una super donna: io aiuto il prossimo rendendomi disponibile a preparare cibo per chi non ne ha.
Come potevo rimanere insensibile ora, non rispondere alla richiesta di Marco, il capo scout delle mie figlie di preparare pasti per i migranti di Roma? Però credetemi, come sono felice nel fare questo alolo stesso tempo sono assalita dall’angoscia di sapere che non sarà nulla in confronto al bisogno di queste persone, alle loro tragedie, alla vita che li ha scelti per un destino così crudele. E allora mi chiedo, facendo riflettere anche i miei famigliari: perché loro e non noi?

Qui trovate qualche scatto che documenta la loro esperienza.

Perché vi racconto questa storia, una delle tante storie di solidarietà che sono raccontate troppo poco, ma caratterizzano ancora le nostre città? Perché è un esempio di quello che tante volte ho scritto in questo blog e dell’invito che vi faccio, anche quest’anno, in occasione della Giornata del Rifugiato: non accontentatevi di leggere i titoli dei giornali, o di farvi stordire dai dibattiti televisivi sui rifugiati. Cercate di incontrare loro, direttamente. Di capire chi sono davvero. Per smontare un pregiudizio anche il migliore dei discorsi è meno efficace di mezzora di esperienza vissuta.

P.S. La vignetta è sempre di Mauro Biani.

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