Skip to content

L’ego della mamma è come l’acqua

mum

Quando frequentavo con una parvenza di regolarità una palestra, millenni orsono, lo facevo principalmente perché ero incappata in un istruttore bravo, con cui mi trovavo. Un giorno lui, che faceva il personal trainer, raccontò una cosa che mi colpì: molte delle ragazze e signore seguite da lui erano convinte, assolutamente a torto, di soffrire di ritenzione idrica. “E invece sono disidratate. Non bevono abbastanza!”. Ora non so dirvi precisamente i termini scientifici della questione, ma il suo punto era che a furia di sentire parlare di ritenzione idrica in tutte le pubblicità e articoli di riviste, frotte di donne avevano falsamente individuato il proprio problema e lo combattevano con zelo come pareva loro meglio (quindi male).

Questo aneddoto mi è tornato in mente oggi leggendo questo bell’articolo di Silvia Tropea. E che ci azzecca?, vi chiederete voi. Ve lo spiego. Alle donne un po’ stagionate (over 40, su) i messaggi, sul web e sulle riviste, lasciano intendere che la nostra autostima abbia un gran bisogno di essere rafforzata. Perché noi valiamo, lo sanno tutti. E sembrerebbe che siamo noi le uniche a non saperlo, a non accorgerci del nostro proprio splendore. Quindi ci va detto. Andiamo incoraggiate a esporci, a credere in noi stesse, a osare, a volerci bene e a non vergognarci di dimostrarlo.

Quando poi arriviamo alla maternità, i messaggi si combinano in formule curiose. Dobbiamo essere attente, ma non abnegate. Dobbiamo essere creative, ma anche simpaticamente imperfette. Dobbiamo splendere, non solo in quanto donne, ma anche in quanto madri, in un giusto mix di tradizione e innovazione. E anche di quanto siamo straordinariamente uniche come madri non dobbiamo vergognarci. Dobbiamo mettercelo bene in testa, ripetercelo di continuo. Non sia mai che cediamo alla tentazione di metterci in ombra.

Ecco, leggendo l’articolo di Silvia mi sorge un dubbio. Ma siamo certe che il nostro problema (assumendo che ne abbiamo uno, si intende) di donne e di madri sia una mancanza di autostima? L’esperienza dentro e fuori dal web mi dice piuttosto il contrario. Vedo donne prese e comprese nel rappresentarsi come madri: madri lavoratrici, madri emancipate, madri tradizionali di ritorno, madri intellettuali e documentate, madri empatiche, madri consapevoli di se stesse come donne. Madri, madri, madri. C’è chi “lo fa per gioco, c’è chi lo sceglie di professione”. Ma alla fine la tentazione numero uno , qualunque sia il nostro stile genitoriale (io ho citato quelli che mi sono più consoni, naturalmente), resta la stessa: che il nostro ego, ben lungi dall’essere sminuito, cresca e si esprima a dismisura, anche e soprattutto a scapito dei figli.

Allora vi dirò una cosa. Noi valiamo. Noi dobbiamo volerci bene e apprezzarci. Ma l’amore per gli altri, a partire da quello per i figli, dovrebbe sempre restare nella lista delle nostre priorità e orientare le nostre scelte concrete. A costo di fare, almeno una volta ogni tanto, un discreto passo indietro.

Autorità (digressioni sul concetto di)

autorevolezza-300x168

“In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi”. Su questo versetto (o due) del Vangelo di Marco il professor Simonetti tenne un intero corso. Io ero giovane, diligente, prendevo appunti e ammiravo le sue interminabili citazioni a memoria in greco e/o in latino. Del corso, che trattava del concetto di autorità nel Cristianesimo antico, non ricordo granché. Ricordo però che, in sede d’esame, quel professore di cui avevo somma stima intellettuale commise un’ingiustizia o, piuttosto, una piccola meschinità ingiustificata. Mi precipitò di molto nella scala della considerazione (anche se naturalmente ciò non incideva sul giudizio, diciamo così, scientifico). Un episodio analogo, molto più grave, mi successe con il mio maestro. Rimase tale, per gratitudine, affetto e stima intellettuale: ma la mia ammirazione nei suoi confronti ne rimase evidentemente compromessa.

All’università ricordo che mi stupivo del fatto che alcuni miei compagni di corso avessero dei professori una soggezione che a me pareva esagerata. Io, nei limiti del dovuto rispetto, mi ci sono sempre rapportata “alla pari”, o quantomeno senza timori reverenziali. Forse, banalmente, di professori universitari a casa mia ne erano sempre circolati e il loro titolo accademico non assicurava loro, di per sé, una posizione privilegiata nella stima dei miei genitori. Ma l’autorità, quella dell’insegnamento, ad alcuni la riconoscevo a prescindere dalle bizzarrie caratteriali o da altre vistose umane debolezze.

Procedendo in ordine sparso, mi vengono in mente casi in cui il rifiuto del concetto stesso di autorità, o piuttosto la ritrosia estrema ad esercitarla da parte di chi avrebbe il compito di farlo, mi hanno dato fastidio. Ricordo discussioni, alcune solo pensate, altre esplicitate. Con il senno del poi ritengo che per me autorità non si accoppiasse necessariamente con potere, ma piuttosto con responsabilità. Nella mia giovinezza l’autorità per eccellenza era quella del maestro che non pontifica sterilmente, ma si mette alla prova davanti e insieme agli studenti, con la sicurezza del proprio valore e la responsabilità attiva di far progredire altri. L’autorità era quella di un parroco che, attraverso il suo essere presente giorno dopo giorno, guida la sua comunità senza bisogno di riconoscimenti e salamelecchi di sorta. Un autorità, dunque, che suscita rispetto, gratitudine e che io non ho mai avuto particolari problemi a riconoscere.

Crescendo, con l’inizio della mia vita professionale, mi sono più volte interrogata sulla mia personale sensibilità rispetto all’autorità (e, di conseguenza, all’obbedienza). Un lato della mia anima è rispettoso delle regole fino all’irragionevole. Ho fondamentalmente orrore all’idea di essere colta in fallo. Ma poi, nella sostanza, io l’autorità ho bisogno di riconoscerla come tale. E qui le cose mi si complicano molto.

Oggi, pensando anche alla mia piccola autorità di genitore, credo che l’autorità, più che a un astratto “valore”, per essere da me riconosciuta come tale deve accompagnarsi a reale responsabilità. E con reale intendo esigibile effettivamente, nell’immediato e nel concreto. Il resto sono chiacchiere e reciproche illusioni.

Eh, però…

porta_di_Lampedusa_ottobre2011_400

Ricordo bene quando questo blog è stato la finestrella che mi sosteneva nella stanchezza e mi salvava dalla solitudine della maternità. E’ un’esperienza comune a molte donne (uomini meno) e per qualcuno è diventata una forma artistica o un lavoro. Poi i figli crescono. Lo spannolinamento è un’angoscia lontana e, grazie a Dio, accuratamente rimossa. Resta altro, molto altro. Resta tutto il resto. A ognuno il suo resto.

Per me, oggi, il resto è soprattutto il mio lavoro. O piuttosto, il motivo e la finalità ultima del mio lavoro. Qualcosa che una volta era assai più intimo della scelta “ciuccio sì, ciuccio no”. Che interessava in media assai meno del corso di psicomotricità del nido di mia figlia.

Oggi apparentemente il mondo è cambiato. Dei rifugiati tutti sentono parlare. Sui migranti (c’è differenza, diranno a questo punto i più saputi) tutti hanno un’opinione. E la condividono eccome. A volte sommessamente, a volte in tono sarcastico. Spesso condendola con tracce di teorie sociologiche e economiche che verosimilmente io non sono in grado di capire. Talora con sincero intento didattico.

Vi ricorda qualcosa? A me sì. Mi ricorda quando Meryem aveva due mesi e mi straziavo e mi incupivo per i commenti idioti e gratuiti di familiari, conoscenti e perfetti sconosciuti (qui un post dell’epoca). Persino allora, con l’ormone sballato, riuscivo a distinguere tra un arricchente confronto e una fesseria (anche se la seconda mi faceva comunque piangere). Anche oggi dunque dovrei essere in grado di sapere che 16 anni di vita camminando e arrancando a fianco dei rifugiati valgono ben più delle sentenze da quattro soldi degli esperti ripetitori dell’opinionista di turno.

Però, oggi come allora, capita di essere stanchi e sconfortati. Per lo meno capita a me, di continuo. Per fortuna, oggi come allora, trovo attraverso il web le mie consolazioni. Che poi, guarda caso, oggi vengono proprio dalla stessa persona che tante pacche sulla spalla mi diede all’epoca su nanna, pappa e altre piccolezze neogenitoriali. Grazie, Barbara.

I rifugiati, l’Unione Europea e l’autista dell’Atac

migranti-turchia-ue

Ieri la Commissione Europea ha spiegato in un documento che il modo in cui l’Europa gestisce l’arrivo e la presenza dei rifugiati non va bene, non funziona e non si può andare avanti così. E fin qui non posso che essere d’accordo. Peccato che poi, leggendo il documento, è evidente che la tesi di chi governa l’Europa è che la responsabilità di questa situazione incresciosa è dei rifugiati. Non dobbiamo distrarci quindi e dobbiamo agire tempestivamente contro il vero nemico, loro. Attenzione, non si parla più di alcuni “cattivi” che pregiudicano la legittima accoglienza degli altri, “buoni”. Questa visione che tante volte ho considerato inadeguata e superficiale è ormai del tutto superata. E’ il rifugiato in sé che, cercando di arrivare in Europa, dimostra in tutta evidenza la sua mala fede.

Non vi parlerò nel dettaglio delle misure intraprese e di quelle proposte. Alcune (in particolare quelle già applicate) sono anche talmente inverosimili che temo di passare per eccessivamente fantasiosa. Nizam, che di queste cose ha una certa esperienza diretta, mi chiedeva proprio ieri: “Ma perché mai bisognerebbe riportare i siriani in Turchia e per ogni siriano rimandato l’Europa dovrebbe prendersi un altro siriano? Se li rimandano indietro perché poi se li riprendono, non fanno prima a tenerseli?”. Questa e molte altre obiezioni del tutto ragionevoli cadono davanti alla costatazione che queste non sono soluzioni tecniche per gestire meglio la situazione, ma solo espedienti sempre più fantasiosi che mirano solo a smontare un diffuso pregiudizio (che purtroppo nel tempo ha portato anche alla ratifica di alcune fastidiose convenzioni internazionali), cioè che l’Europa sia tenuta a dare protezione a chi ne ha bisogno.

Per distrarmi credo vi racconterò un aneddoto. L’altro giorno mi trovavo su un autobus al centro di Roma, pieno ma non pienissimo, che percorreva Corso Rinascimento su apposita corsia preferenziale. A una fermata un uomo in sedia a rotelle, palesemente ubriaco e corredato di cartone di Tavernello, chiede a gran voce di salire in vettura. L’autista, come previsto dall’azienda, spegne il motore, cerca la chiave per aprire la pedana, si fa largo tra i passeggeri, cerca invano di attivare la pedana medesima. La chiave in dotazione non corrisponde alla serratura di sblocco. L’autista alza gli occhi al cielo, il potenziale passeggero (non del tutto lucido) lancia bestemmie e improperi, i passeggeri sbuffano. L’autista fa il gesto di caricare la sedia a rotelle a mano, ma da solo non ce la fa. Tutti i passeggeri uomini si dissolvono per magia, accartocciandosi in ogni anfratto possibile lontano dalla porta. Alla fine l’autista scende, spiega la situazione al collega della vettura nel frattempo sopraggiunta, si accerta che il rumoroso passeggero (che continua a inveire contro il primo autista) sia caricato sull’altro autobus non prima di aver verificato che anch’esso lo porti a destinazione (sono appena due fermate). Poi risale e riparte.

Il capannello di passeggeri inizia il commento. “Insomma, i vigili bisognava chiamare! E poi, pure se saliva, ubriaco com’era come si reggeva? E’ una vergogna!”, tuona uno. Il giovane autista, senza perdere le staffe risponde punto su punto: “Guido autobus da 18 anni, se la pedana funzionava la carrozzina poteva essere fissata nell’apposito spazio. Le assicuro che regge. E’ un meccanismo fatto per quello. E poi chiamare i vigili perché? Perché un disabile voleva fare due fermate?”. “Ma questi barboni neanche vogliono essere aiutati, lei è troppo buono”, chioccia una vecchietta. “Signora, ma lei esattamente come sa chi era quella persona? Come io non mi permetto di giudicare la vita sua, perché non l’ho mai vista prima di oggi, così mi pare che non abbiamo elementi per giudicare. Io questo so: c’era una persona in sedia a rotelle e in un intero autobus nessuno ha ritenuto il caso di aiutarmi a caricarlo”. “Ma le pare! Era ubriaco, molesto, sporco! Insultava anche lei!”. A questo punto il giovane autista ha preso fiato e ha detto lentamente, con calma e determinazione: “Quella persona non toglieva nulla a nessuno se saliva per due fermate. Certo, è una persona con vistosi problemi e io sono un autista, non un assistente sociale. Non ho la pretesa di risolverli io, quei problemi. Ma le persone, anche quando hanno tanti problemi, restano persone. E io osservo solo che è davvero triste se noi, invece che protestare con chi ci mette in condizione di lavorare o di vivere in queste condizioni, senza strumenti efficaci e anzi con tanti impacci, non troviamo di meglio che prendercela gli uni con gli altri.”

Che c’entra questo con l’Unione Europea? Secondo me c’entra. E alle parole dell’autista continuo a pensare, anche a due giorni di distanza.

 

Maglietta verde

111

Tram 8, pomeriggio di venerdì. Rimugino su me stessa, sul mio destino, sulla mia vita, su quello che è successo e quello che non è successo. Penso a una frase sentita ieri sera: la felicità dipende per il 50% da predisposizione genetica, per il 10% da quello che accade e per il 40% dal nostro impegno e consapevole lavoro per essere felici.

Davanti a me, su due sedili affiancati, il mio sguardo viene catturato da un gruppo familiare. Mamma africana, una bambina seduta a fianco, un bambino in braccio, la piccolina legata sulla schiena della donna. Gli occhioni spalancati della figlia minore hanno stregato un certo numero di passeggeri. Una filiforme signora bionda sta giocherellando con lei, consentendole di acchiapparle vigorosamente il dito inanellato (e ogni volta la faccina della piccola si illumina in un sorriso furbetto). Vari passeggeri in piedi, me compresa, sorridono inebetiti. La bambina è in effetti di una bellezza e vivacità straordinarie.

Comincio a guardare anche gli altri due bambini. La grande, forse poco più piccola di Meryem, siede composta e seria con in grembo la cartella rosa. Il maschietto è spalmato sul petto della madre e ogni tanto pencola in direzione della sorella maggiore.

Tanti pensieri mi si accavallano in testa (e sospendo prontamente i bilanci esistenziali) mentre passo ad osservare la madre. Probabilmente abbastanza giovane, con i capelli neri ben pettinati e legati in una sobria coda di cavallo. Testa prima china sulle mani, appoggiata al sedile davanti. Poi, sentendo la piccola che si agita, alza uno sguardo pieno di apprensione, che poi si rilassa al vedere che la figlia non sta disturbando nessuno, ma anzi si è conquistata la simpatia di molti. Sorride, e una dolcezza stanca illumina il viso largo. Non so nulla di lei, anche se sono portata a immaginare molte cose, chissà quanto fondate.

Certo è che arrivata a Stazione Trastevere si alza, raccoglie senza apparente sforzo i suoi bambini e scende. La guardo allontanarsi dignitosa e composta, la sua maglietta verde scompare tra la folla. Si parla molto di famiglia, di questi tempi. E anche di parità di genere. Però poi alla fine mi chiedo quanti dei discorsi di principio che a molti sembrano così irrinunciabili siano concretamente di sostegno alla famiglia che ho incontrato oggi sul tram.

Risposte


Se non ne avete avuto ancora occasione, guardate la sequenza del Papa che lava i piedi ai rifugiati del CARA di Castelnuovo di Porto (dal min. 24 circa). Guardate la potenza del gesto di un uomo anziano che si inchina davanti a questi giovani uomini e donne, sorridente, con una sobrietà e una sicurezza senza alcun imbarazzo. Guardate i lori visi, le loro reazioni. La commozione di persone che vivono in un centro dove quasi 900 persone condividono isolamento e convivenza forzata, mancanza di attenzione, difficoltà di comunicare.

Ascoltate anche la breve, intensissima omelia. “Ognuno nella sua lingua religiosa” preghi per la fratellanza. Una celebrazione così vale decenni di dialogo religioso teorizzato.

 

Domande

porta_di_Lampedusa_ottobre2011_400

Da quando chiudere violentemente le frontiere in faccia a donne, bambini, giovani e anziani in fuga ci pare una misura di politica estera qualsiasi?

Perché tutto continua come se nulla fosse dopo che i capi di Stato europei democraticamente eletti hanno stipulato un accordo con la Turchia che prefigura una strage?

Non è la prima, d’accordo. Non è nemmeno la prima di cui siamo corresponsabili. Ma in questo documento, che è stato definito un grande successo della diplomazia, non si ha vergogna di usare il termine “migranti irregolari”. Persino se si parla di cittadini siriani.

Non hanno usato le vie legali, sembra dire l’Europa. Le vie legali che non esistono, per caparbia volontà della stessa Europa.

Fermare i flussi, a qualunque costo. Un sessantesimo dei rifugiati del mondo è troppo per l’Europa, o per quel che ne resta. Se per mantenere il nostro tranquillo status quo dobbiamo far morire migliaia di altri uomini, inclusi bambini, pazienza. Anche se farlo costa molto. Anche se farlo significa renderci tutti complici di violazioni sistematiche dei nostri valori.

Ma dove sono i difensori della vita ad ogni costo quanto muoiono neonati nell’Egeo, con i loro fratelli, genitori e nonni? Sono interessati solo agli embrioni?

Come faccio a urlare che non sono d’accordo?

Perché nessuno pare particolarmente angosciato?

“L’immigrazione non è un diritto. E basta”, sbraita la Meloni dalla tv.

Che costo ha questa violenza? Per il mondo, per l’Europa, per i nostri quartieri, per i nostri figli?

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 190 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: