Mamma Alias


Lei ha otto mesi e lo sa benissimo chi è la sua mamma. Conosce il suo odore, il suo viso, le sue braccia. Eppure questo ai poliziotti italiani non è sufficiente. Perché la storia della sua mamma è una di quelle storie assurde, in cui la burocrazia concorre a rendere più drammatiche le tragedie della vita.

Pensate a una giovane donna. La chiameremo Awet, ma non è il suo nome. E’ una delle giovani eritree fuggite da un regime intollerabile, da un “servizio militare” che somiglia a una schiavitù a vita, in cui le donne devono “fare la loro parte” e non si tratta in genere di compiti strategici. E’ una delle sopravvissute alle odissee del nostro tempo: il Sahara, la Libia, il barcone per Lampedusa. E’ in Italia, è viva, chiede asilo e viene creduta. Ottiene la protezione sussidiaria, un permesso di soggiorno valido tre anni e… nient’altro. Niente soldi, una strada davanti.

Posso immaginare solo in parte il resto della storia. Awet si trova a vivere in quello che i giornali hanno chiamato Selam Palace, la casa della vergogna. Si trova incinta, senza lavoro, in quel contesto violento e malsano. Gli amici, i connazionali, raccontano che qualcuno è andato in Svizzera: lì sì che l’assistenza ai rifugiati è una cosa seria. Basta cambiare nome e tentare ancora la fortuna. Awet si decide, per se stessa e più ancora perché ormai è responsabile anche del futuro di qualcun altro. Va in Svizzera, chiede asilo di nuovo sotto altro nome, partorisce lì.

Ma in Europa ci sono delle regole. Le impronte digitali lo rivelano inequivocabilmente: quella donna asilo l’ha già chiesto e, nonostante le apparenze, lo ha già avuto. Quindi, qualche mese dopo la nascita della sua bimba, viene rimandata in Italia, il Paese che le ha promesso protezione. La protezione per Awet riassume la solita forma delle pareti scrostate del Selam Palace. Con un problema in più. Quando va a fare il permesso di soggiorno per la bambina le obiettano che il nome sull’atto di nascita non è il suo: è l’altro nome, quello falso, quello con cui aveva sperato di cominciare una nuova vita. E quelle stesse autorità che sono state così sicure della coincidenza delle due identità da rispedire la giovane in Italia ora che si tratta di riconoscerle la maternità della bimba non sanno più che lei e l’alias sono la stessa donna. Per uscirne, richiedono un test del DNA. Un test costoso, un test che Awet non sa come pagare, come tante altre cose che pure sarebbero tanto più necessarie.

Oggi questa madre stava seduta nell’ufficio accanto al mio, piangeva e si scusava perché sì, è vero, ha cercato di raggirare un regolamento europeo, non ha rispettato le regole. Ma io, che non invidiavo le mie colleghe che forse non potranno aiutarla, tra me pensavo: chi di noi non avrebbe fatto lo stesso? E, soprattutto: sono davvero moralmente più rispettabili uno Stato che lascia una rifugiata a vivere in uno stabile fatiscente e un altro, che la rimanda lì con una bambina di pochi mesi tra le braccia? E mi sono detta ancora (anche se qualcuno forse si scandalizzerà): dove sono, in questi casi gli zelanti sostenitori della vita a tutti i costi? Quanti funzionari e operatori in fondo (e neanche tanto in fondo) pensano che avrebbe fatto bene a abortire e restarsene buona  a Selam Palace, accontentandosi della soddisfazione di possedere un prezioso pezzo di carta che le permette di non essere “clandestina”?

 

 

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La toppa più grande dell’anno: le vacanze


Essere genitori, mettere toppe. Anche io, come molti, sono rimasta colpita dalla metafora proposta da Genitori Crescono. La prima, più clamorosa toppa che mi viene in mente è quella delle vacanze estive. Una premessa: sarò io che non so cucire, sarà lo sbrego (si dice, “sbrego”? mi sa che è un po’ veneto, ma rende l’idea più di “strappo”, solo a dirlo pare che si allarghi…) che è immenso ed eccede, per superficie, la stoffa che ho a disposizione, ma la toppa delle vacanze estive è di gran lunga la più insufficiente e insoddisfacente della mia carriera di genitore.

Non vi ammorbo di lamentazioni, ma – tanto per capirci: niente nonni fungibili (solo una nonna ottantottenne che resta a Roma), niente case al mare, in campagna o in montagna, tre settimane di ferie mie da giocarsi rigorosamente in agosto e un padre kebabbaro, che giusto stamattina mi comunica che no, boh, non lo sa se e quando riesce a liberarsi, ma più probabilmente non ci riesce affatto. E anche fosse, lo saprebbe il giorno prima.

Aggiungete le risorse economiche assai limitate e il gioco è fatto. Altro che mamma imperfetta. Mi sento la madre peggiore del pianeta. Già adesso, che sto organizzando la festa per il compleanno di Meryem (16 giugno), si inizia a sentire il ritornello: “No, sai, la/o mandiamo dai nonni al mare all’inizio di giugno, come si fa a tenere i bimbi in questa città così afosa e inquinata/come si fa a mandarli a scuola in quel forno di classi fino alla fine del mese/eccetera eccetera”. Già, come si fa? E se mi azzardassi a confessare che io Meryem in  città la tengo tutto giugno, tutto luglio e anche qualche settimana di agosto? Mi denuncerebbero ai servizi sociali? Insomma, lo so che non è colpa degli altri, che hanno più possibilità di me. Potendo, me ne avvarrei anche io. E quindi scatta – in realtà è già scattata – la ricerca del campo estivo.

Solo che non c’è ricerca di mercato peggiore di quella condizionata da svariati vincoli logistici e alimentata dal senso di colpa crescente. Che io faccia pessime scelte è quasi matematico. Quest’anno poi, alla luce delle esperienze degli anni precedenti, sono pericolosamente propensa a soluzioni al di sopra delle mie possibilità, nella speranza che Meryem non passi tutto il tempo parcheggiata davanti a dvd a prendersi i pidocchi.  Per onestà devo ammettere che lei non è mai rimasta traumatizzata dalle esperienze in questione. Il problema è tutto mio. Però lo vedo enorme, insormontabile e angoscioso.

Un pensiero mi frulla in testa: abbiamo un bell’appellarci alla scuola pubblica, ma se la scuola per un terzo dell’anno chiude, col cavolo che i bambini hanno tutti le stesse opportunità. Per quanto lo ricacci, mi continua a tormentare. E sotto la costosissima toppa, lo strappo si allarga.

Ora vi lascio: vado a staccare un altro assegno per mettere una toppa su un altro paio di settimane di luglio.

 

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Concitazione


Maggio è iniziato a un ritmo insostenibile. Da un lato torna buono, perché essere travolta e con il fiatone mi aiuta a non pensare alla mia insoddisfazione cronica. Ciò nonostante giusto ieri meditavo di aprire un secondo blog. Poi mi sono guardata negli occhi da sola e io e me stessa ci siamo sbellicate dalle risate. Mi ci manca solo questo. (Dite che sono un filino scissa? Questo è nulla, credetemi sulla fiducia).

Stamattina pensavo che più che la lista delle cose da fare dovrei mettermi in bella vista sulla scrivania quella delle cose già fatte. Non migliorerebbe la mia produttività, ma forse mi aiuterebbe a superare lo sconforto cosmico che mi assale ogni volta che guardo il calendario, o anche semplicemente l’orologio.

Non posso esimermi dal comunicarvi un importante obiettivo centrato: sono stato presente al primo saggio dell’anno. Lo so, lo so, è solo l’inizio. Ma da qualche parte si deve pure cominciare. Ok, baci a tutti, ora devo scappare.

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Orrore e bellezza


La mattina della festa della mamma non è iniziata nel migliore dei modi. Immaginavo una passeggiata senza impegno ai Fori Imperiali, complice la bella giornata di sole. Io e Meryem siamo sbucate dalla metro di Colosseo mentre iniziava a sfilare il corteo “per la vita”. Ammetto che non solo non lo sapevo, ma non ero preparata. Ho letto cartelli che erano schiaffi in pieno viso per una come me. Non ho visto la croce ornata di feti, ma ho visto striscioni dello stesso morboso cattivo gusto. E’ la prima volta che mi trovo davanti un corteo organizzato di fondamentalisti. Vederli sfilare lì, sotto il Colosseo, accanto a tanti ragazzi che partecipavano a una manifestazione sportiva, mi ha fatto molta impressione. Come sempre, in queste manifestazioni sul diritto alla vita, i titolari del diritto sembrano essere esclusivamente i feti. Dopo la nascita ciascuno può morire come meglio crede. Non mi pare una coincidenza che non si faccia mai menzione, in questi contesti, dei milioni di vittime innocenti dei conflitti del mondo, dell’iniqua distribuzione delle ricchezze del pianeta, della nostra indifferenza, dell’incompetenza e del cinismo di chi eleggiamo a governarci e amministrarci. Aggiungo solo una notazione: anche rispetto alle varie forme di disabilità, alle malattie genetiche, alle sindromi le più varie, mi pare che la preoccupazione di questi attivisti si limiti al tentativo, anche violento, di scongiurare l’aborto. Poi ognuno si impicchi come può. Si torna oggetto di interesse solo se si è ridotti allo stato vegetativo.

Questi e altri più cupi pensieri cercavo di camuffare stamattina ai Fori Imperiali. Prima che Meryem mi facesse troppe domande, mi sono rituffata nella metro e ho sfoderato il piano B: Palazzo Barberini. Sapevo che l’ingresso era gratuito e che c’erano dei laboratori. Ma confesso che non nutrivo grandi speranze né aspettative. E invece. Anche la tempistica ci ha favorito. Siamo arrivate proprio mentre cominciava una piacevolissima esibizione di ottoni: ragazzi e ragazze di varie età hanno suonato brani rinascimentali, spostandosi tra il cortile e il porticato, con le trombe che si affacciavano dalla balconata. Il maestro spiegava i pezzi in un linguaggio accessibile anche ai bambini presenti. Poi ci siamo andate a registrare per entrare.

“Per la bambina laboratorio?”. Ne iniziava uno di lì a un quarto d’ora. Era prevista un’ora e mezza: 45 minuti di visita per bambini e 45 di laboratorio didattico. Ok, la Guerrigliera era entusiasta. “E per lei visita guidata?”. Oddio, ma farò in tempo? Mi spiegano che la sincronia è assicurata: farei parte del gruppo giallo, che finirebbe la visita giusto in tempo per riprendere la fanciulla all’uscita dalle sue creative attività. Tutto gratis, ovviamente. Ok, perché no? Ci affacciamo nella stanza dei laboratori e Meryem riceve al volo una maglietta graziosissima, che ne sancisce l’appartenenza al gruppo dei gialli e viene invitata a iniziare a familiarizzare con guide e animatrici. Insomma, me la sequestrano un quarto d’ora prima del previsto. Io sono frastornata. Gironzolo incerta in attesa che inizi la mia visita. Mi rendo conto che io non so neanche cosa ci sia, a Palazzo Barberini. Ricordo confusamente una conferenza organizzata dal Circolo dell’Areonautica. Ma, appurerò poi, dal 2006 è tutto museo.

La mia guida è una giovane storica dell’arte della sovrintendenza, evidentemente un po’ provata (era la sua quarta visita consecutiva), ma comunque molto professionale. Quando si parte, finalmente, mi rilasso. Non sapere cosa mi aspettava accresce l’impatto. Certo, la visita è appena un assaggio (45 minuti), vista la ricchezza della collezione. Ma anche la piccola selezione che visitiamo è sufficiente a immergermi nella bellezza, quella vera, assoluta, universale. Quella di cui le giornate in salita hanno tanto bisogno.

Poi sono andata a prendere la Guerrigliera entusiasta, a cui è stato anche fatto omaggio di una pregevole raccolta di schede e stickers sulla Galleria Borghese dal titolo Incornicia l’arte.

Il tutto faceva parte del progetto “L’Arte si mette in gioco” realizzato da Il Gioco del Lotto-Lottomatica in collaborazione con la Galleria Nazionale di Arte Antica in Palazzo Barberini. Meryem ha molto apprezzato anche la visita: mi ha parlato di una specie di caccia al tesoro, in cui dovevano rintracciare degli elementi della scheda che avevano nei quadri di alcune sale e anche del fatto che hanno potuto saltellare tutti insieme per i gradini bassi della scalinata di Borromini. La visita era prevista anche per i bambini sordi, in collaborazione con una onlus specializzata.

Trovate qui la versione di Meryem del Ritratto di Erasmo da Rotterdam. Quella a sinistra è una libreria e quello al centro un libro (nel caso non lo aveste capito da soli).

 

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Responsabilità


Davanti a una tragedia come quella di stamattina a Milano (scusate, ho cercato un link “neutro”, che riferisca i fatti, ma non sono riuscita a trovarlo) credo davvero che bisognerebbe sprecare meno parole possibili. Men che meno sfruttarla per bieca schermaglia politica infarinata di razzismo.

E’ impossibile farsi un’idea chiara delle vicende che hanno portato a questa esplosione di follia, che è costata la vita a una persona innocente e ha ferito e traumatizzato gravemente altre sette. E’ impossibile soprattutto perché quando c’è di mezzo l’immigrazione le parole si usano con fantasia e approssimazione.

Stasera farei meglio a stare zitta anche io, ma due cose non ce la faccio proprio a tenermele.

1) Quando ad Astalli diciamo che non è facendo finta di non vedere che i disagi gravi spariscono e che procedere a tagli lineari anche sui pochi servizi territoriali per il disagio mentale è una scelta vigliacca e irresponsabile, intendiamo proprio questo. La situazione è grave, sempre più grave. Lasciatemi dire che l’ardita sintesi proposta da Repubblica rispetto all’omicida ( “con un passato da richiedente asilo e un presente da balordo”) è un modo francamente un po’ troppo facile di presentare una realtà assai complessa, che implica precise responsabilità di molti (che però nell’ardita sintesi, come per magia, spariscono).

2) Evinco, dal nebuloso e pittoresco racconto di Repubblica, che l’autore del delitto era un richiedente asilo che, avendo ricevuto un diniego dalla commissione territoriale, aveva presentato ricorso ed aveva dunque indiscutibilmente diritto a restare sul territorio fino all’esaurimento del ricorso medesimo. Se le cose sono andate davvero così come sono scritte nell’articolo, non c’è stato nessun tragico errore e tanto meno clandestinità. Lo status legale della persona in questione era – se l’articolo da questo punto di vista è accurato, ripeto – assolutamente regolare. Il che, ahimè, non cambia di una virgola l’entità del dramma. Ma dire che sarebbe dovuto essere espulso è comunque grave disinformazione.

Ci sono tante, tantissime altre cose che vorrei dire. Ma credo che tutte le vittime di questa spaventosa tragedia meritino un po’ di silenzio, stasera.

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Mi chiamo Chiara


Ci sono alcune volte – in realtà sempre più frequenti, quasi mi preoccupo – che vorrei essere a Milano. Il che però supporrebbe anche di non fare il lavoro che faccio, ma di essere libera di accettare con entusiasmo gli inviti interessanti che mi arrivano. E allora di che parliamo? Io sono io, quindi ripigliamo il filo di questo post senza vaneggiare oltre.

Dicevamo degli inviti. Alla presentazione della fiction “Una mamma IMperfetta” di Ivan Cotroneo ci sarei andata volentieri. Invece ho passato la mattina a disquisire di vittime di tortura. Ognuna ha l’imperfezione che si merita. Ma restavo curiosa e da tre giorni seguo, fedelmente, le puntate sul sito del Corriere. Ogni giorno una manciata di minuti. Oggi la puntata si intitolava “Il tempo non torna” e l’ho trovata particolarmente godibile (nonché persino intonata con il tema del mese di Genitori Crescono).

Ecco là, già mi è saltata fuori l’anima di mamma blogger professionista. Quella che bazzica i siti di riferimento e che sa che sulla definizione di mamma “imperfetta”, “vera” o come cavolo vogliamo chiamarla sono state consumate tastiere, tra flame sui forum e disquisizioni su gruppi di Facebook. E dunque? E dunque nulla. Non sono ancora così alienata nel web genitoriale per pensare che una fiction abbia un’attinenza qualsivoglia con i nostri dibattiti, più o meno bizantini. La maternità è un filone comico inesauribile, sempre attuale. Con un po’ di fortuna, si riesce a rendersene conto anche quando si interpreta la parte della madre (lo svenimento di un’ostetrica durante il parto aiuta a partire con il piede giusto, indubbiamente). Un bravo autore riesce a interpretarlo e questo è certamente il caso di Cotroneo. Fa ridere anche chi non è genitore, ma secondo me chi è madre ride anche di più. E noi mamme 2.0, che sulla genitorialità ci ricamiamo anche intellettualmente, dovremmo goderci doppiamente questa occasione di svago e intrattenimento, senza per questo sentirci sminuite nei nostri tentativi di essere genitori sufficientemente buoni.

Vi faccio un esempio. Qualcuno saprà che, in un’altra vita, studiavo vicino oriente antico: assiri, babilonesi, egiziani, fenici e popoli ancora più misconosciuti, tipo gli urartei. Una volta le disquisizioni scientifiche e metodologiche sullo studio di questo passato remoto erano per me rilevantissime. Rintracciare corbellerie nelle fiction e nei film di grido di ambientazione biblica era il mio sport preferito (ricordo una visione di The Passion di Mel Gibson, in cui con alcuni degni colleghi notammo che l’aramaico di Pilato era ben più fluido e credibile di quello di Gesù Cristo). Ma se un film era fatto intelligentemente per divertire, senza la spocchia di parlare con autorevolezza della materia, lo apprezzavo di gusto. La Mummia mi ha fatto sbellicare. Stargate (il film) mi ha fatto sorridere per la scena dell’egittologo che, sentendo parlare per la prima volta un egiziano antico, commenta: “Ah, così lo pronunciate?”, con un dotto accenno alla nostra sostanziale ignoranza del sistema vocalico delle lingue antiche che pure decifriamo. Mi posso arrabbiare (e infatti non li guardo) per i programmi di divulgazione scientifica che divulgano corbellerie. Ancora di più mi arrabbio con i libri di testo dei nostri figli, che in nulla contribuiscono a una conoscenza corretta della storia antica (sulle altre materie non mi pronuncio). Ma se c’è da divertirsi, mi diverto e apprezzo la qualità, l’inventiva e l’intelligenza.

Guardatevela, questa fiction web. Dopo l’estate sbarcherà in tv, ma volete mettere la soddisfazione di averla vista nascere, di aver seguito Chiara nelle sue peripezie giorno dopo giorno? Sarà come vedere sul piccolo schermo un’amica, una parente. A me è stata subito simpatica: del resto mi chiamo Chiara anch’io.

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Nuovo mondo


Stamattina, contravvenendo ai miei principi, ho condiviso su Facebook un articolo di Igiaba Scego che criticava assai severamente l’intervista di Lucia Annunziata al neo ministro per l’immigrazione Cécile Kyenge senza aver ascoltato il programma in questione. Non ne sono pentita, anche perché ne è nato un bello scambio tra alcune mie amiche. Ma mi metteva a disagio riportare l’opinione altrui senza essermene fatta una mia.

Stasera ho rimediato e potete stare tranquilli: condivido pienamente le critiche espresse da Igiaba. Ho ascoltato attentamente la terminologia usata dalla giornalista e davvero il linguaggio diceva tutto. Non sto a ribadire cose già dette efficacemente su Corriere Immigrazione. Ma condivido un dubbio ulteriore.

La Annunziata ha fatto ripetutamente riferimento a un “nuovo mondo”. Concetto quantomeno bizzarro, a cavallo tra lo sfasamento geografico e quello temporale. Ma cosa intendeva, di preciso? Dal “nuovo mondo” sembra, secondo la giornalista, venire la neoministra e, in quanto tale, è suo dovere chiarire i molti aspetti per cui, a suo dire, non sarebbe “in regola” e che dunque “possono esserle imputati”. Il nuovo mondo, in questa prima parte dell’intervista, parrebbe quel contesto straniero, estraneo e in qualche misura folkloristico (“intrigante”, è la parola usata) che si oppone alla nostra “regolare” realtà. Poligamia, politeismo, animismo… Di questo “nuovo mondo” parrebbe far parte in qualche misura anche il marito “calabrese” (nato e vissuto a Modena, peraltro, ma lo ius sanguinis, si sa, è una brutta bestia). Ci si chiede perché mai questo mondo sarebbe nuovo. Sospetto fortemente che il mondo sia sempre stato lì, a prescindere dalla nostra capacità di guardare al di là del nostro naso o meno.

Ma poi, nella seconda parte, sembra emergere un quadro diverso. Chiedendo ripetutamente a Davide Piccardo conto della sua fede religiosa (“musulmano PERO’ perfettamente italiano”), la Annunziata afferma con una certa enfasi: “Nel nuovo mondo dobbiamo cominciare a dare patenti molto specifiche su chi è chi”. C’è un nuovo mondo in vista, dunque. Questa di per sé non è una cattiva notizia, visto quello che ci troviamo tra le mani ora. Mi chiedo come e quando avverrà questa metamorfosi socio-politica. Resta però qualche ansia su queste patenti. Perché devono essere molto specifiche? E chi mai dovrebbe darle, o chiedere di esibirle?

La specificità della patente più che un fatto nuovo o un fatto vecchio mi pare una pretesa irrealizzabile. Chi mai, nella storia del mondo, ha posseduto una patente molto specifica? Solo i personaggi di fantasia. Sì, mi sono divertita a immaginare cosa scrivere sulla mia patente. Romana (dal luogo di nascita), o calabrese (origine di mia madre, sospetto che sia un carattere dominante), o friulana (mia padre) o addirittura slovena (mio nonno)? Cattolica (ma quanto cattolica? battezzata? sì, battezzata, cara signora Annunziata, quello è proprio il minimo sindacale mi sa), convivente con musulmano (ma quanto musulmano?). Madre di figlia unica e femmina o lavoratrice? Di sinistra? Blogger? Disordinata? Non so perché, ma tutto ciò mi suona molto poco specifico.

Fuor di celia, in quadro che emerge da questa mezzora di cosiddetto servizio pubblico è piuttosto desolante. La Annunziata dipinge politici e sindaci che “camminano sulle uova” quando si arriva a questioni che riguardano “la pelle (!), o la religione, o il cibo (?), o i soldi (?)”. Ma siamo davvero messi così male? Parrebbe davvero di sì.

Su una cosa la ministra Kyenge ha perfettamente ragione: la società civile urla perché si facciano i cambiamenti indispensabili o, almeno, li si riconosca quando sono già in atto da anni sul territorio. Se poi lei, con tutti i molti limiti del suo mandato, potrà fare qualcosa è presto per dirlo. Certo, se si iniziasse a fare del giornalismo decoroso e serio sarebbe già un contributo. A costo zero, peraltro. Perché allo stesso prezzo di un’intervista stupida e grondante razzismo e luoghi comuni se ne potrebbe realizzare una sensata. Non vi pare?

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