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Pasqua sull’isola


Non una, ma almeno tre volte ha sorriso la dottoressa bionda, di turno la notte di Pasqua e anche la mattina. Non che ne avesse particolare motivo. Nottata di emergenze, mattina di altre emergenze, pazienti molesti quando non del tutto fuori di senno. E infine le è cascato rovinosamente a terra anche il portatile. Però ha sorriso e ho pensato che era bella e che le ero grata.
Se devo essere del tutto onesta, questa Pasqua in ospedale non mi ha tolto granché. Magari quei due o tre giorni di relax. Mai come in questo momento mi viene voglia di quello che non ho. Che poi se inizio a desiderare una cosa stupida, come la colazione salata con la pizza pasqualina, mi ritrovo a contemplare tutte le mie povertà presenti, passate e future. No, non è proprio il caso.

Storytelling

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Mai come nelle ultime settimane ho avuto la percezione di avere accesso a una quantità di storie importanti, che andrebbero raccontate. La forma in cui mi arrivano, di solito, non è esattamente quella canonica del racconto, dell’articolo di giornale o del documentario. Sono storie che parlano attraverso degli intermediari: solitamente colleghi, qualche volta amici, in molti casi colleghi che sono anche amici.

Queste storie quindi hanno ai miei occhi un valore doppio. Sono importanti di per sé, perché raccontano di sofferenze e di vergogne di cui tutti, in quanto uomini, dovremmo interessarci. Ma sono importanti anche perché rivelano che qui e là, in giro per l’Europa e anche in questo nostro Paese a brandelli, ci sono persone che si indignano, che si sentono chiamate in causa e interpellate dall’ingiustizia e che fanno tutto quello che possono per fare resistenza agli orrori commessi in nome della sicurezza. Oggi leggevo di come i passeggeri di un comune aereo di linea abbiano impedito (momentaneamente, è chiaro) che un rifugiato curdo venisse rimandato in Iran. Il governo svedese probabilmente riuscirà a rimandarcelo, alla fine. Ma se le nostre sono democrazie come ci vantiamo che siano, prima o poi i cittadini riusciranno ad opporsi a questa deriva disumana.

Persino Alfano, di cui tendenzialmente non sono un’ammiratrice, poco fa alla Camera ha detto: “Noi non faremo morire le persone in mare per 500mila voti in più della Lega. Ci faremo carico della sicurezza dei cittadini e dell’accoglienza. Se voi volete la sicurezza e i morti sappiate che noi vogliamo la sicurezza e i vivi”. Credo e spero che questo sia un buon segno.

Un giorno ci faranno il film, e piangeremo. Un bellissimo post scritto mesi fa dalla mia amica Anna mi torna continuamente in mente in questi giorni. Mi immagino i cento bambini in fuga sulla piazza della stazione di Catania di cui mi parla Elvira. Vedo lo sguardo terrorizzato del giovane eritreo (“ma secondo noi non ce li aveva, 18 anni”, dicono Annamaria e Azim) che da Vicenza è scappato, in ciabatte e felpa, senza soldi, senza cellulare, probabilmente perché a lui il mio Paese fa paura quanto e più della Libia. Riferendosi a lui e a altri due ragazzi, anch’essi scappati poche ore dopo dalla città, il sindaco di Vicenza ha scritto una lettera ufficiale dicendo: “E’ oggi fondamentale far capire che l’Italia non è il Paese del Bengodi, dove chi arriva viene ospitato gratuitamente senza lavorare, con vitto, alloggio e quant’altro assicurati”. Oserei dire che il messaggio è arrivato, e anzi probabilmente era già arrivato da un pezzo attraverso l’esperienza di tanti altri rifugiati in questi anni, senza bisogno che il sindaco di prendesse il disturbo di metterlo nero su bianco.

 

Loro in albergo e i poveri italiani bisognosi per strada

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“Loro” sono i rifugiati, le persone sbarcate sulle coste, oppure soccorse in mare a largo di Lampedusa. Quelli per cui, dopo il naufragio del 3 ottobre, i nostri figli hanno fatto un minuto di silenzio a scuola. Mi scuso in anticipo se questo post avrà un tono un po’ polemico. Cercherò per quanto mi è possibile di darvi informazioni oggettive. Ma certi articoli di giornale, condivisi qua e là, grondano malafede al punto da farmi vedere rosso. Non posso quindi esimermi dal mettere qualche puntino sulle i.

Cerchiamo di essere chiari e sintetici. Se poi avete domande e richieste di spiegazioni ulteriori, sarò felice di rispondervi, in pubblico o in privato. Vi prego solo di porle con garbo e rispetto. Quello che sta accadendo in Italia mi tocca profondamente e parlo di questi argomenti non per mero esercizio dialettico, ma avendo sotto gli occhi tragedie indicibili di cui sono diretta testimone. Lo siamo tutti, in realtà, anche se in questo momento non ne siamo consapevoli.

1. Chi arriva in Italia in fuga da una guerra (come quella in Siria) o da persecuzioni ha diritto di chiedere protezione. Lo dice la convenzione di Ginevra, svariate normative europee, la legge italiana. Su questo non ci piove. “Ma non possiamo accoglierli tutti” è un’obiezione, nel caso dei rifugiati, semplicemente non pertinente. Tra l’altro da noi ne arriva davvero un numero modesto, in termini assoluti e in termini relativi. I dati parlano da soli: 27.830 domande d’asilo presentate in Italia nel 2013. In Francia ce ne sono state 64.760, in Germania 126.705.

2. Chi chiede asilo, durante il periodo in cui lo Stato esamina la sua domanda e dunque decide se la persona ha diritto di restare o no, deve essere ospitato in una struttura di accoglienza. Anche in questo caso, si tratta di un obbligo non derogabile. L’Italia spesso e volentieri ha derogato, in realtà, ma adesso siamo stati più volte bacchettati dalle varie istituzioni europee e quindi si sta più attenti. Sull’attuale stato dei vari sistemi di accoglienza per richiedenti asilo in Italia è meglio stendere un velo pietoso. Ma comunque, nonostante il fondamentale apporto numerico del famigerato CARA di Mineo (4.000 posti in mezzo al nulla), si continua a non avere posti sufficienti.

[E come mai, vi chiederete voi? Forse il numero dei richiedenti asilo da un anno all'altro è imprevedibile? Forse è una novità per lo Stato l'obbligo di accogliere almeno chi chiede asilo (un rifugiato riconosciuto può essere tranquillamente lasciato per strada)? La risposta è no. Il numero di domande d'asilo, salvo fisiologiche oscillazioni da un anno all'altro, è costante e prevedibile. L'obbligo non è una novità. Ma in Italia la programmazione evidentemente ci pare cosa per deboli. Forse perché qualcuno ha una predilezione per le emergenze?]

3. Arrivano persone, non ci sono posti, che si fa? Scatta la procedura d’emergenza. Il ministero degli Interni, attraverso le Prefetture, si mette alla ricerca di strutture qualsivoglia in giro per l’Italia. In questo caso il lungimirante progetto è: attivare convenzioni dirette con chiunque abbia posti da mettere a disposizione per tre mesi a 30 euro al giorno per persona accolta. E’ bene precisare, prima che qualcuno tiri fuori la calcolatrice per fare il conto della paghetta ingiustamente attribuita al profugo scroccone, che i soldi vanno all’italianissimo gestore, non ai richiedenti asilo. Chi ha partecipato, chi partecipa? Enti, associazioni, cooperative esperte di accoglienza, nel migliore dei casi. O, nel peggiore, chiunque abbia una struttura inutilizzata o sottoutilizzata e voglia prendersi un po’ di soldi. E’ una storia già vista in altre occasioni: alberghi vuoti o in ristrutturazione, conventi diroccati, palazzine inagibili in mezzo alla campagna, baite alpine… Cominciate a capire il punto?

4. Ma almeno si risparmia? Ma certo che no. Anzi, si spreca. C’era un’alternativa? Certo che sì. E’ stato appena rifinanziato il Sistema nazionale di accoglienza ordinario, che è composto di progetti presentati dai Comuni in partenariato con enti esperti sul territorio, vincolato a precisi parametri di efficienza e qualità. Sono stati finanziati 16.000 posti, ma comunque non si era esaurita la graduatoria. Si sarebbero potuti usare gli stessi soldi per finanziare il resto dei progetti, evitando dispersioni sul territorio e improvvisazioni, assicurando a chi è appena arrivato in fuga da una guerra un’assistenza qualificata e stabile. E allora perché si è scelto di fare diversamente? Misteri italiani.

Io un’ipotesi ce l’ho. Sarò malevola, ma mi pare che così chi vuole fare dell’accoglienza di queste persone un business, libero da controlli e standard qualitativi, ha modo di farlo. L’emergenza consente di derogare a tutto. Anche questa è una storia già sentita. E intanto ci tocca anche sentire le lamentele dei poveri cittadini inorriditi del fatto che per “questi qui” si aprano addirittura gli alberghi. “Non sono razzista, ma…”. E dietro quel “ma”, valanghe di spazzatura. Che poi magari ci attaccano pure l’ebola.

Che vergogna.

 

E se non fosse così?


Uno dei test frivoli e sciocchi che girano su Facebook oggi mi chiedeva quale fosse la mia paura più grande. D’istinto, prima di ragionare sul serio, ho risposto: “Non avere una famiglia”.
Le mie frastagliate vicende sentimentali mi hanno lasciato un grande rimpianto: non essere riuscita, come vedo tante persone fare, a ricomporre una famiglia allargata,  piena di amore trasversale e comunque calorosa di legami.
Oggi mi sono trovata a brusco confronto con una delle mie storiche aspettative deluse: invecchiare insieme. Per la prima volta ho toccato con mano la relatività di un valore del genere.
Di tanto in tanto telefono a un mio ex professore dell’università. La sua famiglia è regolarissima, con tanto di foto di figli e nipoti sul pianoforte a coda del salotto.
Sua moglie era la fidanzata di quando erano entrambi studenti. E ora, proprio come ho sempre fantasticato io, stanno invecchiando insieme.
Ecco, da tanti particolari che filtrano qua e là, sfondo sonoro delle mie visite e telefonate, solo oggi di colpo mi sono sorpresa a pensare che non li invidio poi tanto.

Non sono una turista

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Tante volte mi sono sorpresa a invidiare chi viene a Roma da turista. La meraviglia, la piena disponibilità di tempo per vedere, gustare, catturare ricordi di una città straordinaria. Chissà perché poi ho sempre pensato che il visitatore occasionale di Roma possa gustare solo il meglio, libero com’è dal trantran della routine lavorativa e familiare. A volte, davanti al Pantheon, ho persino guardato con desiderio le finestre di un certo albergo dove, nella mia fantasticheria, avrei soggiornato nella mia vita parallela di ricca turista che esplora per la prima volta la Città eterna.

Qualche giorno fa, dopo una breve pausa a casa, tornavo all’ospedale dove era ricoverata mia figlia. Il tragitto, a piedi, faceva parte della pausa. Sono arrivata sulla terrazza del Gianicolo e mi sono fermata un minuto a respirare davanti al panorama. E allora ho capito, con chiarezza, che sono contenta di non essere una turista. Perché non mi ero fermata lì per guardare per la prima volta un paesaggio da cartolina, ma per farmi consolare da quella bellezza straordinaria e familiare.

Ho pensato alla recensione de La Grande Bellezza che ha scritto la mia amica Silvia: “Ecco perché è ambientato in una Roma metaforica: perché Roma è ESATTAMENTE così. E’ la scenografia perfetta, perché non è solo sfondo, ma è una delle attrici protagoniste”. E ho capito che per me Roma è più che una città. La vivo, la camino, la respiro e la maledico ogni giorno. La vedo la mattina appena si sveglia, come una moglie che si stiracchia e fa una smorfia sul cuscino (dovrei dire un marito? No, perdonatemi: Roma è femmina). Sono con lei giorno dopo giorno, nei momenti memorabili e in quelli che dimentico un attimo dopo averli vissuti.

Mettere un ospedale pediatrico sul Gianicolo mi è improvvisamente parsa una decisione sensata. Ho ripensato al 2007 e ai pensieri che, proprio per quello stesso viale alberato, avevo formulato.  Credo che nei momenti in cui il turbamento è stato tale da non riuscire a condividerlo nemmeno con amici e familiari, Roma mi ha sempre capito al volo.

Millenni d’esperienza serviranno pure a qualcosa.

Domande


Sono in una Bruxelles inaspettatamente fiorita e inondata di sole. Nell’ultima settimana lavorativa, grazie ad alcune occasioni di formazione e esperienze varie, ho un mucchietto di domande che mi si è formato in testa, ciascuna delle quali richiederebbe una certa dose di riflessione e, possibilmente,  qualche bella chiacchierata con colleghi e non colleghi.
La verità è che molto probabilmente non ci sarà tempo per nulla di tutto ciò. Finirà che questi spunti resteranno lì,  in attesa di essere ripescati un giorno dalle nebbie dell’oblio. Forse a quel punto non serviranno più.
Avrei la tentazione di elencarli qui, questi spunti di discussione,  per non dimenticarli. Ma per questo è più che sufficiente il mio quadernino personale.
Resta però il rimpianto tipico delle occasioni perse. Mentre trascorrono veloci i venti minuti di pausa di un meeting di dubbia utilità, mi immagino in questo parco profumato di magnolia a chiacchierare delle questioni che adesso più mi stanno a cuore. Un giorno,  un giorno e mezzo. Sarebbe stato un grande sollievo. Probabilmente non avrei cavato un ragno dal buco lo stesso, ma la mia anima sarebbe più leggera.

Sopravvivere ai colleghi americani

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Qualche volta capita anche a me di partecipare a gruppi di lavoro trasnazionali. Non spesso, ma capita. Oggi, ad esempio, è capitato. Non so se anche voi avete esperienze analoghe, ma io rischio tutte le volte di soccombere a un senso di inadeguatezza travolgente.
Stavolta però ho deciso di non farmi cogliere impreparata e ho eleborato una precisa strategia. In cinque punti. Per ogni criticità, un preciso consiglio. Potrei quasi riciclarmi come coach di me stessa.

1. Inadeguatezza linguistica. La base, la madre di tutte le insicurezze. Avete l’impressione che loro, gli americani, non facciano nessuna fatica a trovare le parole per dirlo, come si suol dire. Beh, è così. La lingua di lavoro è l’inglese,  quindi bella forza. Rassegnatevi, ma concedetevi qualche segreta soddisfazione di tanto in tanto. Scegliete tra i ricordi di scuola una bella poesia classica che conoscete a memoria (tipo Foscolo, Tasso, Manzoni o al limite Carducci). Nei momenti di frustrazione/noia ripetetela mentalmente,  cercando di assaporare con particolare attenzione il suono delle vocali e delle liquide. Lo sapete, vero, che loro non saprebbero mai pronunciare quei versi?  Ecco. È una piccola soddisfazione che aiuta a tamponare le emergenze. Per la strategia complessiva rimando al punto 5.

2. La qualifica. Vi chiederanno, immancabilmente, quale sia il vostro job title. Può darsi che anche voi, come me, ne siate sprovvisti. Avete due opzioni. La prima, più facile ma più rischiosa, è millantare. Scegliete un job title dei più generici, che abbia qualche addentellato con quello che fate davvero,  e attenetevi a quello. Ma se voi, letta questa guida, vi sarete adeguatamente preparati potrete qui sfoggiare una delle battute spiritose che avrete previamente confezionato. Ve ne serviranno almeno due, da alternare.

3. Ce l’avete un target group? Loro, gli americani, faranno spesso riferimento a interlocutori professionali di livello alto e ne sapranno sviscerare nel dettaglio le caratteristiche specifiche. Vi farete l’idea di un mondo di persone competenti, razionali, efficienti e proattive. Un mondo che per voi, in Italia,  appartiene probabilmente alla sfera della fantascienza. Attenzione: in questo caso il problema è tutto vostro. Stroncatelo con la decisione che merita una mera pippa mentale. Loro non sapranno mai con chi avete a che fare. Anzi, più precisamente,  figuri come quelli che girano in Italia loro non se li immaginano neanche. Se siete del tutto onesti, a volte stentate a immaginarveli persino voi che li vedete con i vostri occhi e li sentite con le vostre orecchie. Traetene le debite conseguenze.

4. Gli schemi di lavoro. Qui vi si richiede uno sforzo culturale. Il facilitatore del workshop vi propone una attività che vi ricorda pericolosamente l’animazione dei campi scuola parrocchiali della vostra infanzia. Loro sono perfettamente a loro agio, come se non avessero mai fatto altro in vita loro. Partite dalla considerazione che probabilmente è proprio così. Levatevi immediatamente quell’aria sbigottita dalla faccia. Deponete la speranza che si tratti di una metafora: è un concetto desueto e anzi probabilmente dall’imbarazzante giochino dipenderà la programmazione strategica della vostra organizzazione/azienda. Usate l’arma segreta del genitore (o al limite dello zio, se non avete figli). Avete presente la faccia che usate quando un bambino di prima elementare fa i compiti e voi non dovete assolutamente tradire il fatto che considerate l’esercizio richiesto del tutto idiota perché altrimenti l’alunno non prenderà sul serio la scuola in generale?  Ecco,  l’espressione corretta è esattamente quella.

5. Aurea mediocritas. E ora un suggerimento di carattere generale. Individuate almeno un elemento del gruppo che è peggio di voi: uno che russa dall’inizio della sessione pomeridiana,  ad esempio. Oppure il collega non anglofono finito per errore nel gruppo sbagliato. Prendetelo come indicatore e ambite a collocarvi a un gradino più alto,  ma senza esagerare.  Lasciate cadere un paio di frasi di tanto in tanto. Siate sintetici, leggermente allusivi e assumete un’aria concentrata. In un caso, massimo due, annuite vigorosamente. Non scarabocchiate sul bloc notes: potrebbero pensare che prendete appunti e incastrarvi per riferire alla sessione plenaria.

Così dovreste sopravvivere. Coraggio e tanta,  tanta solidarietà.

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