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Friendsurfing, il ritorno

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“Ma poi ci scrivi qualcosa su questa esperienza?”, mi ha chiesto uno dei miei molteplici ospiti loro malgrado, ovvero il marito di un’amica che ci ha accolto. Bisognerebbe, sì. Ma non saprei in che forma. Le foto un po’ hanno raccontato, in diretta, queste tre settimane su e giù per la Penisola, zaino in spalla. Col video ci ho provato, ma non è che sia tanto tagliata. 

Restano dunque le parole, ma sarebbe più corretto un racconto collettivo, visto che un’esperienza collettiva è stata. “E chi sei, Wu Ming?”, vi sento già sghignazzare in lontananza. Ma no, dico sul serio. Non sarebbe bello che tutti voi coinvolti a vario titolo aggiungeste a questo post un vostro ricordo, un aneddoto, una descrizione di quel poco o tanto che abbiamo trascorso insieme questa estate? Dài, non fate i timidi. Scrivete pure nei commenti, o per mail, o nei commenti di FB. Io ogni tanto provvederò ad aggiornare.

Comincio io? Ok, comincio.

Spiaggia di Noli, Liguria. Meryem abborda una famigliola i cui bambini giocano sulla sabbia, trascinandosi dietro anche il bambino che ci ospita. Entrambi collaborano fattivamente alla realizzazione di una monumentale piovra di sabbia. Alla fine, quando ce ne andiamo, Meryem ha un ripensamento. Fruga nello zainetto, estrae il borsellino (regalo della sua compagna di stanza in ospedale a Roma, che abbiamo incontrato in Sicilia per un aperitivo in spiaggia), afferra la più grossa delle monete svizzere conservata dalla tappa zurighese e corre a regalarla al pover uomo sconosciuto che aveva diretto i lavori mentre noi madri ce ne stavamo spalmate a prendere l’umido sotto il cielo plumbeo.

Questa è decisamente la prima immagine che mi viene in mente. Continuate voi, adesso!

“Quando ripenso ai giorni vissuti insieme mi rimbomba subito in testa la parola magia. Perché quasi da perfetti sconosciuti abbiamo creato insieme un’atmosfera gradevole, calda e serena per tutto il tempo insieme. Penso a tutte le costruzioni dei bimbi, per cui si sono dati tanto da fare ed hanno da subito lavorato con grande affiatamento insieme, ai pranzi improvvisati, ai luoghi riscoperti che ci hanno lasciati a bocca aperta, al festival del teatro ed ai raggi di sole che non riuscivano a tenerci caldi, ma che mi hanno insegnato che una felpa può tenere al caldo anche tre persone…
I pomeriggi passati al tavolo a mangiare biscotti burrosi, bere caffè e chiacchierare mentre i bimbi “riposavano”.
Mi si dipinge un sorriso sulle labbra per essere stata parte di questa vostra avventura!
E naturalmente… l’immagine più ilare… il segreto inenarrabile che legherà per sempre me, te e le macchinette per i biglietti del tram !!!”

Bruna, Zurigo

Cinque cose da fare a Palermo con i bambini


Siamo in pieno friendsurfing. Io e mia figlia siamo partite per Palermo il 2 agosto e questa sarà solo la prima tappa di una vacanza itinerante di tre settimane, che ci porterà qua e là per la penisola (e anche un pochino oltre). Non credo aggiornerò il blog con regolarità, ci trovate si Instagram e su Twitter (#fiendsurfing #inviaggioconmeryem). Ma dato che questa prima tappa si è rivelata particolarmente azzeccata, non resisto alla tentazione di darvi qualche dritta.

Il mare lo diamo per scontato, vero? Noi ci andiamo la mattina presto, evitando la ressa e il sole troppo forte. Siamo state alla riserva di Capo Gallo, sia dal lato di Barcarello che dall’altra parte del Capo, dopo Mondello. Mare di scogli, tantissimi pesci, accesso al mare a tratti un po’ avventuroso ma nulla che non possa essere affrontato grazie con un paio di scarpette da scoglio e la solidarietà degli altri bagnanti. Ne vale la pena, assolutamente. A Capo Gallo l’accesso al mare si paga (1 euro per i pedoni, 5 euro per la macchina) perché la strada è privata: in compenso si arriva vicino a delle calette che hanno anche della sabbia dentro l’acqua. Un compromesso perfetto. A Barcarello tutto è più selvatico e il bonus è che nei cespugli della riserva si raccolgono succose e abbondanti more. Alle 8 del mattino anche Mondello, spiaggia spiaggiosa per eccellenza, è praticabile. Però per i miei gusti dopo (dalle 10, 10:30) è troppo caotica.

Ma dicevamo delle altre idee. Eccole qui.

  • Museo Internazionale delle Marionette Antonio Pasqualino. Geniale. Marionette e burattini da tutto il mondo, una meraviglia che si rinnova ad ogni ambiente. Incredibile la galleria dei pupi. Noi abbiamo avuto anche la fortuna di assistere a una rappresentazione classica di pupi, in italiano a beneficio dei turisti. Incantevole. Alla fine dello spettacolo il puparo è sceso in sala con i pupi, li ha fatti tenere a grandi e bambini, ha fatto vedere come funzionano. Meryem era molto eccitata per aver potuto manovrare la bella Angelica (un capolavoro in legno di cipresso vestito di seta). Il punto in più è che il Museo è vicinissimo a Piazza Marina, dove l’esplorazione delle radici aeree dei Ficus secolari è un’esperienza ineludibile, qualunque età abbiate.
  • Palazzo Reale e Cappella Palatina. Noi abbiamo fatto una visita seguendo il più breve dei molti itinerari di visita proposti. La Cappella Palatina è straordinaria, davvero a misura di bambino. Con Meryem abbiamo seguito passo passo le storie della Bibbia, dalla creazione fino all’arca di Noè, la Torre di Babele, l’ospitalità di Abramo, il sacrificio di Isacco, la scala di Giacobbe… Anche gli ambienti del Palazzo sono bellissimi e il personale è molto gentile. A differenza di quanto temevo, non abbiamo trovato folla.
  • S. Giovanni degli Eremiti. A due passi dal Palazzo Reale, questo posto magico vale davvero la visita e il prezzo del biglietto. A parte gli ambienti del monastero propriamente dette, il giardino e il chiostro sono pieni di piante di ogni genere. Una piantina, nel primo ambiente, le elenca una ad una con relativa ubicazione, ma noi abbiamo incontrato un signore che con grande gentilezza le ha indicate a Meryem una per una, compresa la pianta rarissima mezza albero e mezza fico d’India…
  • Cattedrale. L’interno è meno bello dell’esterno, ma la cosa più bella è stata senz’altro la passeggiata sui tetti “Una porta verso il cielo”. Gli ingressi sono ogni mezzora, a gruppi, dalle 10 alle 16:30. Costa 5 euro (bambini gratis) e richiede un minimo di sforzo (salita a piedi con scala a chiocciola abbastanza angusta). Ma il panorama è mozzafiato. Meryem ha ancora la bocca spalancata…
  • Infine mi sento di raccomandarvi una gita in giornata a Cefalù, una cittadina balneare piacevolissima, in posizione mozzafiato. Lo sperone roccioso che domina il paesaggio, la giustamente famosa cattedrale con il chiostro, il sorprendente lavatoio medievale, un angolo di inaspettata bellezza e refrigerio. Da non perdere anche il museo Mandralisca: oltre al famoso ed enigmatico Ritratto d’Uomo di Antonello da Messina e il cratere del Venditore di Tonno, Meryem ha apprezzato la bellissima collezione di conchiglie e anche la sala degli animali impagliati… (io meno, ma la vita è fatta di compromessi).

So che questo elenco non è assolutamente esaustivo: mi sono limitata a raccontare cosa abbiamo fatto noi. Aggiungo una notazione tecnica: qui in Sicilia viaggiare con i bambini sembra assicurare un trattamento di favore, invece delle alzate di sopracciglia che mi è capitato di incontrare altrove. In questi giorni ci sono state fatte da personale di musei, negozianti e passanti ogni genere di carinerie: dagli sconti all’uso dei servizi riservati al personale per “non fare fare troppa strada alla bambina”. Magari è stata una felice coincidenza, ma parto da Palermo con la sensazione di un luogo accogliente, dove l’ospitalità significa qualcosa.

Achievement

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Non avrei mai usato una parola così nel marzo del 2000. Se l’avessi dovuta tradurre, avrei controllato sul vocabolario.  La mia vita, allora, era diversa. Se la guardo con gli occhi di oggi, potevo ancora evitare gli errori più grossi. Ma i miei orizzonti, che credevo tanto vasti nell’arroganza della mia relativa gioventù, erano ridicolmente ristretti.
Ho pianto, nel marzo del 2000, in una piccola filiale della Cariverona. Mi pareva di essermi messa da sola un cappio al collo, di aver ipotecato la mia libertà. Facevo bene, ad essere angosciata.  Iniziavo un cammino davvero duro. Challenging, se devo usare un’altra parola imparata molto più tardi.
Avevo le lacrime agli occhi anche oggi, allo sportello di un’altra filiale di una banca che in questi 14 anni ha cambiato nome e proprietà.  Terminavo un percorso più lungo di qualunque relazione sentimentale che io abbia mai avuto. La lista mentale dei ringraziamenti onestamente non è lunghissima, ma è sentita.
Oggi, festa di S. Ignazio 2014, ho finito di pagare il mutuo sulla mia casa.

Però arrestiamo tanti trafficanti. Sicuri?

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Per quanto incredibile, l’Italia si trova spesso a doversi giustificare per l’operazione Mare Nostrum. Salvare decine di migliaia di vite umane non è evidentemente giustificazione sufficiente. La nostra missione è contrastare l’immigrazione clandestina per garantire la sicurezza, anche oggi che quasi tutti quelli che arrivano sono rifugiati. Ricordate? Ve lo ho già spiegato, qui.

Ma noi con Mare Nostrum contrastiamo l’immigrazione clandestina, risponde l’Italia. Arrestiamo un sacco di scafisti. Gli scafisti, i trafficanti di esseri umani, sono quegli uomini brutti e cattivi, che lucrano sulla pelle della gente, che accoltellano le persone sui barconi quando bisogna buttare giù zavorra. Ce li immaginiamo come i moderni negrieri e spesso i vividi racconti di chi arriva aggiungono conferme e dettagli al nostro immaginario. Sequestri nel deserto, ricatti, vendita di organi umani, stupri. Non c’è dubbio, sono loro i cattivi. E si fa certamente un’opera meritoria ad arrestarli.

Però. C’è un però. Dopo tanti anni non possiamo fare finta di non sapere come funziona il business del traffico di persone che non hanno alternative. E’ spiegato bene in un bel libro di Andrea De Nicola e Giampaolo Musumeci, Confessioni di un trafficante di uomini.

 

Il punto qui è che una parte minima di questo enorme business va alle persone che sono fisicamente sui barconi. Il grosso va a uomini d’affari dalla faccia pulita, che frequentano gli ambienti che contano. Quelli che acchiappiamo noi con tanta fatica sono sì, spesso, dei gran bastardi. Ma comunque pesci piccoli. A volte, drammaticamente, piccolissimi: anche per età.

Riassumendo. Spendiamo un sacco di soldi per tentare di arrestare la fuga dei rifugiati, che di per sé è inarrestabile e quindi sbattiamo in galera i pesci piccoli, ma riempiamo sempre più le tasche degli organizzatori (più i viaggi sono difficili, lunghi e pericolosi, più si paga). Causiamo la morte di un sacco di gente e facciamo prosperare l’economia criminale.

Come se ne uscirebbe? De Nicola e Musumeci nel video (fatto per il blog di Grillo, scusatemi, ma è l’unico che ho trovato) parlano di cooperazione, del solito “aiutiamoli a casa loro”, in buona sostanza.

Io dico che dobbiamo fare i conti con il fatto che ormai i flussi di arrivo sono ben poco misti: sono composti quasi esclusivamente da persone in fuga. Che, al momento, per salvarsi la vita devono per forza rivolgersi a queste organizzazioni. L’unico modo per dare un duro colpo al traffico di esseri umani sarebbe sottrarre la maggior parte della “merce” (e quindi del guadagno) creando dei canali legali per far arrivare in Europa chi cerca protezione. Questo è vero contrasto alla criminalità, con l’effetto collaterale di salvare molte più vite del soccorso in mare. Un rifugiato in mare a rischiare la vita non dovrebbe proprio mettercisi, men che meno pagando cifre esorbitanti a dei criminali senza scrupoli.

Impossibile? Tutt’altro. Se ne è iniziato, sia pur con grave ritardo, a parlare anche nel nostro Parlamento. Incrociamo le dita. Come per tutte le cose importanti, più che i soldi (che vengono comunque spesi) serve coraggio. Questa Europa mi pare particolarmente vigliacca. Spero di sbagliarmi.

Cosa stiamo facendo?

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E’ già sparita dalle prime pagine dei quotidiani online la notizia di ieri, che ho letto solo oggi, su segnalazione di una collega. Confesso, anche io mi sono assuefatta alle notizie sui naufragi. Sono tutte uguali, scorro i titoli e sospiro. E invece no, ognuna dovrebbe colpirci come un pugno nello stomaco.

La notizia parlava delle testimonianze dei 561 profughi arrivati a Messina domenica scorsa dopo che il barcone su cui viaggiavano è stato soccorso da una petroliera. Racconti spaventosi, che parlano di persone chiuse a morire nella stiva (per aver pagato un prezzo inferiore degli altri  – un prezzo comunque superiore al prezzo di un viaggio in business class in aereo), ma anche di almeno una sessantina di persne scelte a caso, accoltellate e gettate in mare, forse per alleggerire l’imbarcazione. Infine decine di persone sarebbero annegate durante le operazioni di trasbordo tra barca e petroliera; tra queste un bambino siriano di due anni di cui i soccorritori hanno recuperato in mare il corpo.

Questo per lo stomaco. Accendiamo ora il cervello.

Leggo il rapporto 2014 di Frontex, agenzia europea per la gestione delle frontiere esterne. Non è un’agenzia umanitaria, attenzione. La loro mission è contrastare la migrazione irregolare. Ai paragrafi relativi all’intercettazione di persone che tentavano di varcare il confine europea senza averne titolo (senza visto Schengen) troviamo numeri precisi.

Nel 2013 un quarto del totale delle persone sorprese ad attraversare irregolarmente il confine erano siriani. Seguono eritrei e somali. Guardate la tabella di p. 31, dove ci sono le nazionalità divise per rotte. Dovunque la stessa musica: Eritrea, Siria, Somalia, Afghanistan, Pakistan…

Questa non è migrazione irregolare: è fuga.

La domanda sorge spontanea: cosa esattamente stiamo cercando di contrastare con immenso dispiego di forze e di soldi? La fuga di rifugiati. Questo stiamo facendo. E non mi venite a dire che il tutto serve a qualche manciata di arresti di trafficanti. Il traffico di esseri umani si combatte solo creando canali umanitari per mettere in salvo chi ha diritto di essere protetto.

Quanto si spende per questo contrasto? La maggior parte delle risorse. Qualche numero su un istruttivo rapporto di Amnesty International, che fornisce informazioni sullo stanziamento di fondi europei per la gestione delle migrazioni destinati ad alcuni stati membri per il periodo 2007-2013.

L’Italia ha ricevuto 36.087.198,41 € per il Fondo Rifugiati (supporto alla procedura, accoglienza, integrazione) e 250.178.432,52 € per la difesa delle frontiere esterne. In Spagna la sproporzione è anche maggiore: 9 milioni e 300mila circa contro quasi 290 milioni. A Malta stiamo a 6 milioni e 600 contro 70 milioni e mezzo.

In generale, quasi metà del totale dei fondi europei per le migrazioni tra il 2007 e il 2013 (per la precisione 1.820 milioni di euro) è stato usato per il controllo delle frontiere, mentre solo il 17% del totale  (700 milioni di euro)
è stato utilizzato per aiutare gli Stati membri nell’accoglienza e integrazione dei rifugiati.

Cosa stiamo facendo? Finanziamo sistematicamente misure che tentano di fermare, a volte anche con pratiche assai discutibili (detenzione, respingimenti, anche violenza pura e semplice), l’arrivo di persone che continueranno ad arrivare comunque perché non hanno alternativa. Perché non hanno più una casa dove “aiutarli a casa loro”.

A me non pare un modo responsabile di usare i nostri soldi in tempo di crisi. E voi che dite?

Sono profughi o clandestini? FAQ ad honorem


Temo di non potermi esimere da un brevissimo commento alle dichiarazioni rispolverate dall’ex ministro e presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni in occasione del congresso della Lega Nord. Sostanzialmente il Presidente si dice contrario al trasferimento di profughi nelle regioni del nord Italia, chiamandoli tranquillamente clandestini.

Dico “rispolverate”, perché è facile cogliere la citazione delle dichiarazioni già rilasciate l’anno scorso, in cui Maroni giustificava anche l’uso di tale termine: “Chiameranno noi governatori per chiederci di ospitare questi profughi ma non sono profughi. Fino a quando le commissioni non avranno stabilito che sono profughi sono clandestini. E io i clandestini non li faccio entrare. La macroregione del Nord dice no ai clandestini”.

Questa motivazione è una pura e semplice cavolata: fino a quando le commissioni non completano l’esame delle domande di protezione internazionale, coloro che le hanno presentate sono richiedenti asilo, che devone essere obbligatoriamente accolti. Accolti in Italia, logicamente, non nella località di primo sbarco. Lo dice l’Europa, ma anche la Bossi Fini. Non si capisce in nome di che la Lombardia dovrebbe rifiutarsi di collaborare con il Ministero degli Interni.

Come al solito, si procede a botte di slogan senza alcuna attinenza con la realtà dei fatti. In perfetta malafede, visto che è difficile credere che un ex ministro degli Interni ignori queste cose.

E’ difficile

shalom

Forse in queste settimane più che in passato la guerra bussa alla nostra porta con tutta l’assurdità crudele che le è propria. Io cerco di parlare poco, specialmente su quella piazza rumorosa che è Facebook. Non sono riuscita, nonostante questa discrezione che qualcuno ha interpretato come vigliaccheria (magari non a torto), a evitare alcuni malintesi di cui avrei volentieri fatto a meno.

Cerco dunque di spiegare qui, nel modo più lineare possibile, quello che penso.

  1. Il mio rispetto, la mia solidarietà e il mio pensiero è per la maggioranza silenziosa di uomini, donne e bambini che paga il prezzo di guerre volute e perpetrate da altri  in Palestina/Istraele, ma anche in Siria, in Iraq e in tutto il mondo. Come ha giustamente detto la mia amica Tatiana, “siamo tutti ostaggio dei signori della guerra, in fondo alleati fra loro, nonostante fedi e ideologie apparentemente diverse”.
  2. Ammiro profondamente chi, vivendo sulla propria pelle la guerra attraverso lutti pesantissimi e rischi concreti e quotidiani, riesce a parlare di pace, di speranza, spezzando faticosamente giorno dopo giorno la spirale perversa della vendetta con parole e gesti tangibili. Penso ai miei colleghi in Siria, penso ai “Vicini per la pace”, che in questi giorni organizzano manifestazioni tra abitanti di kibbutz e villaggi arabi.
  3. Non dico che noi che non siamo fisicamente lì non dobbiamo dire nulla e neanche che si debba restare neutrali. Apprezzo però chi si astiene dal dare facili giudizi, in particolare se tali giudizi implicano una classifica in morti di serie A e morti di serie B (o C, o D) per qualunque motivazione storica, politica o economica. Diamo voce piuttosto a quella maggioranza silenziosa del punto 1, che nessun giornalista ascolta. Non contribuiamo alla strumentalizzazione del dolore.
  4. Un’ultima considerazione. La denuncia di violazioni gravi dei diritti umani è doverosa. Cerchiamo però di non ridurla a un puntare il dito arrogante e superficiale. Ricordiamoci anche delle nostre responsabilità. No, non quelle della metà del Novecento. Quelle di oggi, 21 luglio 2014. Se davvero abbiamo a cuore la giustizia, lo sguardo non può essere che ampio.
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